TRAMA
Resoconto della vita del cantante rock-country Johnny Cash e del suo amore travagliato per June Carter: da quando, da piccolo, perse il fratello, ai primi successi discografici.
RECENSIONI
Nessuna anima brucia e, al limite, l’amore è salvifico: il titolo originale riprende, invece, un brano di successo di Johnny Cash che traduce lo spirito di cui è fatta la biografia di James Mangold, ritratto di personaggio famoso perso nella droga che si rimette in piedi e “segue la linea”. Mangold e Gill Dennis, autori della sceneggiatura, sono in vena di semplificazioni, pur prendendo le mosse da due autobiografie di Cash stesso (che concesse i diritti all’amico James Keach, qui produttore e interprete): insinuano che tutto il dolore e l’attaccamento alle droghe sia figlio del mancato riconoscimento da parte del padre autoritario. A seguire, un impianto da “E vissero felici e contenti”. Poco male, perché Mangold mette in scena il tutto, e come sempre, con trasporto e dedizione: operazioni di questo tipo, più che sull’analisi del valore storico/artistico del musicista ritratto, si soffermano sovente sul privato, non arrivando a una sintesi che restituisca anche la grandezza “pubblica” (ci sono riusciti Oliver Stone con The Doors e Jim McBride con Great Balls of Fire su Jerry Lee Lewis, qui interpretato da un convincente Waylon Payne). Restituiscono, cioè, persone piccole e perse qualunque ma ci si appassiona alle vicissitudini della relazione fra Johnny & June, e il film vale tutto per la commovente dichiarazione d’amore finale durante il concerto, e per i due grandissimi protagonisti: Reese Witherspoon vince l’Oscar e Joaquin Phoenix convince, nonostante le difficoltà di dover interpretare anche il Cash cantante.

Il biopic hollywoodiano non ha mai subito particolari variazioni dai tempi lontanissimi di Disraeli fino a qua, tranne pochissime eccezioni, si prendono alcuni tratti vendibili della personalità pubblica o privata e se ne fa il cardine di una ricostruzione per immagini e trama. Se a questa ricetta si aggiunge la mano non proprio leggera di James Mangold quanto ad indagine psicologica e un attore protagonista incapace d'andare oltre la mimica facciale (il film visto al torino film festival 2006 proiettato in versione originale), la costruzione dell'impianto narrativo patologico non tarda a mostrare i suoi ingranaggi al lavoro fin dalla sequenza di apertura, unica a possedere una forma di complessità,con il corvo nero nel cortile interno della prigione di Folsom e mr. Cash che si prepara al mitico concerto di fronte ad una sega circolare. A partire da questo senso di colpa -l'adorato fratello morto in falegnameria mentre John era a pesca- tutta la vicenda, il primo matrimonio fallimentare, il continuo tour, l'amore per June Carter, la dipendenza da stimolanti, tentativo di risollevarsi e così via. Fino alla ricomposizione, alla normalità, non fosse noto che la dipendenza fu sempre alle calcagna del mito. Ogni sequenza non fa che ribadire questi basilari concetti ben poco aiutata dalla recitazione manierata di Joaquim Phoenix, il suo Cash è una macchietta di idiota nella vita privata e smorfie nel tormento dei farmaci, e dalle scelte di Mangold. Il valore e l'innovazione musicale relegati ad accenni di battute, la complessità politica nemmeno sfiorata, le contraddizioni lavate via dal fiume in piena dell'ovvietà e lucidate dal più stantio schema di sceneggiatura a parabola da alcuni anni a questa parte. Le canzoni sono cantate dai due attori protagonisti (lasciando qualche ombra sul dubbio di una manipolazione: i bassi di Cash e gli acuti di June Carter...), Reese Witherspoon salva la baracca ma è troppo poco, il dolore troppo.

