TRAMA
79 d.C.: il celta Milo, cui i romani hanno sterminato il popolo, è tradotto a Pompei come gladiatore e si fa notare da Cassia, figlia di un patrizio che vuole stringere affari proprio con il senatore che uccise la sua famiglia.
RECENSIONI
Il Gladiatore passando per Spartacus (la serie TV, da cui copia molte situazioni edulcorandole, pensando a un pubblico più formato famiglia), Titanic (regista dixit) e L’Uomo che Sussurrava ai Cavalli. Storia d’amore con villain terzo incomodo e combattimenti nell’arena: di fronte alla copia carbone dell’uomo fatto schiavo e con vendetta in corpo, dei combattimenti e dei caratteri di contorno, il fatto storico di Pompei pare solo un companatico per proporre schemi consolidati e ammiccanti. In realtà, lo script dei coniugi Batchler (Batman Forever), scopiazza il romanzo di Edward George Bulwer-Lytton alla base di Gli Ultimi Giorni di Pompei e, per quanto non riescano a fare dell’eruzione un deus ex machina significativo (solo alla fine Kit Harington dice alla sua nemesi: “I miei dei sono venuti a prenderti”), nell’economia del film diventa fondamentale per la spettacolarità kolossale degli effetti speciali e per il pathos che, nonostante le convenzioni, concede di evitare il lieto fine. Venendo alla messinscena di Anderson: non ovvia certo agli stereotipi ma, almeno, li sa cavalcare e, soprattutto, dà sempre “A Cesare quel che è di Cesare”, non lesinando in esaltanti duelli, amicizie virili, glorioso onore contro viltà, sentimenti d’amore contro meschinità. Propina anche uno storyboard magnifico che, spesso, assume soggettive dall’alto, dal vulcano che incombe, per totali che ricostruiscono in modo sontuoso la città e per un tripudio finale di morte e lapilli, con tsunami e meteoriti. Un crogiuolo di esagerazioni che fa dimenticare quella più indigesta, dove i protagonisti passano indenni situazioni impossibili. Per la Storia: le “statue” degli amanti e dell’africano nell’arena esistono davvero.

