TRAMA
Andrés Roca Rey è una stella della corrida in attività. Il film è un suo ritratto che ci permette di riflettere sull’esperienza intima del torero che si assume il rischio di affrontare il toro come un dovere personale, per rispetto della tradizione e come una sfida estetica. Da questa sfida scaturisce una forma di bellezza effimera attraverso il confronto materiale e violento tra la razionalità umana e la brutalità dell’animale selvaggio
RECENSIONI
Qualcuno ricorderà che anni fa Douglas Gordon e Philippe Parreno avevano fatto un film su Zinedine Zidane. Ecco: ripensando a quel film come a un film con il segno “più” davanti (zizou ci metteva la sostanza, gli artisti la forma), e immaginando invece Tardes de soledad come un’operazione analoga ma con davanti il segno “meno”, si avrà già un’idea abbastanza precisa di ciò che è il film. Non da oggi, Serra guarda all’arte contemporanea non come a un punto di arrivo (come ancora per Gordon-Parreno), ma come a un punto di partenza: l’arrivo, destinato a non arrivare mai perché già dietro le spalle, è appunto il cinema. La performance del calciatore era piena, e piena l’artistry dei registi: qui invece al centro c’è un vuoto guardato dritto negli occhi, e soggetto e oggetto, forma e sostanza, sono solo miraggi che si producono intorno ad esso. Film, forse, gemello dello Smashing Machine di Benny Safdie presentato recentemente al Festival di Venezia.
Se André Bazin (La morte ogni pomeriggio) vedeva nella corrida uno dei più significativi gangli disgiuntivi tra teatro (luogo del rito, della celebrazione sempre rinnovata della distinzione tra natura e cultura) e cinema (luogo dell’istante congelato come irripetibile e quindi da ripetere in modo tale da non violarne l’irripetibilità), Serra vede in quello che rimane uno degli spettacoli più cruentemente heritage del mondo il luogo esemplare della mutazione televisiva dell’umanità, e trova il cinema nell’annullarsi vicendevole tra televisione e arte contemporanea. Grazie a strumenti tecnici che gli permettono di riprendere non solo le scene “quotidiane” in automobile o in albergo, ma anche le performance dentro l’arena a distanza assai ravvicinata dal toro come dal torero-star oggetto del suo documentario (Andrés Roca del Rey), sul cui corpo e sui cui gesti l’obbiettivo si sofferma lungamente, Serra ribadisce la differenza tra uomo e animale in termini paradossali e strettamente televisivi: tanto quanto l’animale, l’uomo è nulla senza l’ambiente che lo fa essere, ma a differenza dell’animale può esprimere proprio questo nulla, laddove l’animale esprime solo il lato positivo e determinato della sua relazione all’ambiente.
Nell’arena il toro è da solo, il torero è assistito da una fitta schiera di assistenti (che non da ultimo lo salvano dagli occasionali guai), dal pubblico etc. Il torero, come l’animale, è nulla senza quello che gli sta intorno, ma poiché a Serra interessa proprio questo nulla lo isola da tutto e confina l’essenziale fuori campo in forma di una polifonia di voci over che commentano l’azione e la chiosano con tutto un arsenale di diagnosi tecniche, massime filosofiche («la vita non vale niente!») e il prevedibile chiacchierare di “palle così” che l’Eroe deterrebbe e che il pubblico è lì per celebrare ad onta della loro irreperibilità (sotto i fuseaux, poco) e simbolicità. Tutto questo è confinato fuori campo perché a Serra interessa quel nulla la cui espressione è privilegio dell’uomo, e non dell’animale (casomai evocato solo per contrasto). Roca del Rey esprime troppe cose e nessuna, a differenza del toro che esprime solo la propria inconfondibile “torezza”. Roca del Rey è un nulla che sbuffa, strabuzza gli occhi, protende e arrotonda le labbra, si profonde in un’espressività del tutto inconsapevole e senza oggetto tanto in azione quanto a riposo. Gesti che esprimono solo il poter non esprimere nulla che distingue uomo e animale, un nulla che, coerentemente, non può avere vestiti adeguati se non palesemente queer come le barocche divise dei toreri, e che va ad affiancare il gonfiore senza identità stabile di Benoit Magimel nel mezzo del Pacifico del lungometraggio di Serra appena precedente.
Le due inquadrature-chiave del film sono perciò da un lato quella che indugia sul sedile vuoto (abitualmente destinato ad Andrés) dell’auto dove il suo staff discute tutt’intorno, e dall’altro la primissima, quella con il toro che guarda in macchina, guardandoci negli occhi, mettendo subito in chiaro che quello sarà l’unico volto propriamente espressivo in tutto Tardes de soledad.

