TRAMA
Seconda metà del XIX secolo: il nipote di una marchesa sposa, sul Lago di Como in mano agli austriaci, una donna del popolo e viene ripudiato. Un amico professore, però, gli rivela che la marchesa ha bruciato il vero testamento che lo indicava come erede universale. Non vuole farle causa per il buon nome della famiglia e, pur di fronte alle privazioni che subiscono moglie e figlia, pensa solo a raggiungere Torino e combattere per un’Italia unita.
RECENSIONI
Mario Soldati era un piccolo maestro di trasposizioni letterarie e quest’opera fu la prima a iscriversi nel “genere” italiano calligrafico. L’autore, però, tendeva a masticare i romanzi per renderli appetibili al grande pubblico: qui va a finire che, delle inquietudini valoriali dello scrittore Antonio Fogazzaro, della sua identificazione con un protagonista che sceglie i sentimenti pubblici a dispetto di quelli privati, resta solo una drammaturgia che sbandiera il suo essere contro i pregiudizi di classe e politici e che, in modo irrisolto, rincorre il manicheismo fra personaggi “simpatici” che compiono inspiegabilmente azioni antipatiche e caricature in vena di segnaletiche sintetiche (vedi la malvagia marchesa: brutta, grassa e baffuta). Se da un lato e volutamente Soldati depaupera il romanzo, immette però in funzione drammatica ed elegantissima il paesaggio lombardo, con l’aiuto dell’operatore Gallea: le visioni sul Lago di Lugano, fra tenui nebbie e luci, sono strepitose e fu coraggiosa e innovativa la scelta di girare nei luoghi originali, compresi gli interni del Palazzo Reale di Milano. Da Fogazzaro, farà meglio nel successivo Malombra.

