Documentario

PHOTOGRAPHIC MEMORY

NazioneU.S.A./ Francia
Anno Produzione2011

TRAMA

La memoria fotografica, il respiro del tempo: come rivivere il momento di uno scatto o di una ripresa?

RECENSIONI


Con alle spalle anni di lavoro, pratico e teorico insieme, intorno all'identità delle e a partire dalle immagini, il nome tutelare del cinema di famiglia continua ad esplorare i territori argillosi della memoria. La fotografia di famiglia, come ricorda Roland Barthes, tende a fissare, come lo stereotipo, l'identità del soggetto rappresentato, a ridurla, per certi versi, a quegli aspetti e tratti esteriori che, immortalati in uno scatto, racchiudono e racchiuderanno per sempre il segreto di quella persona. Come ricorda il citato Lyotard, la fotografia pietrifica, e l'illusione del movimento che il cinema apporta non altera quest'irriducibile limite della fissazione su pellicola del mondo e di una vita.
Ross McElwee (si) pone un duplice interrogativo, il primo rivolto al presente, il secondo al passato. Le nuove tecnologie, la moderna proliferazione di immagini digitali e di videocamere sempre più piccole, discrete e onnipresenti, hanno realmente modificato la maniera di captare, cogliere e dar conto della memoria vivente e pulsante di un uomo, di una famiglia, di una società? Nonostante un adattamento inevitabile ai nuovi mezzi, l'autore confessa la sua impotenza. Il figlio, che rappresenta le nuove generazioni ed è il portavoce silenzioso degli utilizzatori delle moderne tecnologie di comunicazione, è per il regista un punto interrogativo antropologico e affettivo. Lo sguardo ossessivo della macchina da presa “paterna”, che pedina il giovane quasi forzandolo al ripiegamento interiore o ad un'esteriorizzazione fittizia e teatrale (il ragazzo recita costantemente un ruolo), è l'emblematica attestazione di uno scacco “paradossale”: in un frammento esemplare, McEwee, che ha in mano una videocamera, rimprovera al figlio, che sta giocando alla Playstation, di non ascoltarlo e di rifiutare la comunicazione perché ossessionato dalla tecnologia e per questo incapace d’istaurare relazioni umane. Il figlio guarda in macchina stupito. Il suo sguardo è funziona come una replica: “E tu allora?”.
Dal presente al passato, dal passato al presente e ancora alle tracce del passato nel presente. La seconda questione è generata da un episodio autobiografico: gli anni trascorsi dal regista in un paesino della provincia francese come assistente di un fotografo locale. Come (far) rivivere, nel presente, un'immagine del passato?
Le immagini non spiegano, non dicono: pietrificano, “medusizzano” il soggetto rappresentato. Il tempo scorre negli occhi di chi guarda, ma nella fotografia, così come nel cinema, non soffia il respiro del tempo. L'osservatore di una foto sbiadita, unica traccia visibile della distanza temporale, può al limite rifilmare, nel presente, volti e paesaggi che il tempo ha inesorabilmente stravolto. La messa in relazione delle due serie di immagini evoca il lavoro del tempo sugli uomini e sulle cose.
McEwee riesce a calare riflessioni di estrema complessità in un discorso autobiografico impregnato di nostalgia. E’ innegabilmente più a suo agio, e ne è consapevole, quando scava nel suo passato, mentre esita e zoppica quando cerca vanamente d’indagare le forme di visione (e d’interazione) del presente. L’impaccio reale e verbalizzato è tuttavia parte integrante del gioco autofinzionale. Di conseguenza, i limiti del film coincidono con quelli dell’autore, e questi è capace di evocarli ogni volta che ha a che fare con un figlio che gli sfugge via come il tempo e la cui corsa nessun apparecchio elettronico o digitale potrà arrestare.

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