Commedia, Recensione

PAULINE & PAULETTE

Titolo OriginalePauline & Paulette
NazioneBelgio/ Francia/Olanda
Anno Produzione2001
Genere
Durata78'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

Dopo la morte della sorella Martha, l’anziana e ritardata Pauline non ha nessuno che voglia occuparsi di lei, dal momento che le due sorelle rimaste in vita, Paulette (per la quale Pauline nutre un vero e proprio culto) e Cécile, trasferitasi a Bruxelles, non sembrano disposte a volerle riservare la cura e dedizione necessarie. Ma dovranno farlo, se vorranno usufruire del testamento della sorella maggiore…

RECENSIONI

In un microcosmo che assume i contorni naïf di un "favoloso" paesino delle Fiandre, va in scena l'ennesimo ritratto malinconico della vecchiaia, dall'epidermica morale politicamente corretta che suona più o meno: "siamo noi ad aver bisogno dei deboli da accudire e non viceversa". Il fatto poi che la vecchietta protagonista della storia sia anche minorata psichica (e quindi mentalmente infantile) non solo funge da espediente narrativo per dare verve e ritmo da commedia all'assunto morale dell'operazione, ma parallelamente ricatta emotivamente lo spettatore con un meccanismo empatico irresistibile, invero neanche troppo fastidioso ad occhi attenti e disincantati, grazie al mantenimento di un equilibratissimo tono apologico buonista che il regista non mimetizza per nascondere eventuali secondi fini. Se infatti da un lato Debrauwer espone con garbo le deficienze innocuamente fastidiose e tutt'altro che sgradevoli di Pauline, dall'altro la critica alla gretta classe piccolo-borghese rappresentata dalle due sorelle che si contendono l'eredità, si riduce ad un bonario rimprovero di un comportamento più imputabile alla connaturata debolezza umana che agli effetti corruttori di una società avida ed egoista. Eppure l'inutile inoffensività della pellicola è riscattata da un rilevante scavo nelle psicologie dei personaggi (in particolare di Paulette, per merito di una sfaccettatissima interpretazione di Ann Petersen) che il regista opera quando decide di abbandonare il tono lieve della commedia per virare verso più sincere e dolenti note intimiste, spiando nei volti delle sorelle il penoso tentativo di dare un senso alle loro vite, l'una al di sopra, l'altra al di fuori di un'insoddisfacente vita di provincia che, per di più, acuisce angosciosamente la percezione dello scorrere inesorabile del tempo.
Dunque lo stringersi ai propri cari e occuparsi di loro diventa una necessità; e il bisogno di dare/avere compassione la logica conclusione di una resa, un'epifania dell'insostenibilità di vani e sfocati desideri esteriori. Ed ecco che la reale e più profonda morale del film si condensa nel simbolico "chiasmico" abbraccio finale tra Pauline e Paulette, un lucchetto vivo che lascia fuori il mondo, un patto di incoscienza catartica contro la pesantezza dell'aspirare. E proprio nella conclusione Debrauwer frantuma l'impostazione ordinariamente televisiva data alla sua opera con squarci di notevole bellezza e forza espressiva dirompente, come la sequenza di Paulette ripresa di spalle nel suo agognato appartamentino balneare, affacciata ad una finestra che dà sulla spiaggia annuvolata; che racchiude tutta l'improvvisa disillusione della donna in un quadro di pura simbolica bellezza "magrittiana".

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