TRAMA
Agathe Villanova, una donna impegnata in politica, torna nella casa di famiglia per aiutare la sorella Florence a mettere ordine dopo la morte della madre. Michel Ronsard, regista decaduto, decide di girare un documentario su di lei e chiede aiuto al suo amico Karim.
RECENSIONI
Rain falls on everyone
The same old rain
And I’m just trying to walk with you
Raindrops – Smashing Pumpkins
Forse Jaoui e Bacri applicano solo una formula, forse questo film è una variante di Così fan tutti che già discendeva da Il gusto degli altri (a oggi il risultato più esaltante); forse il sentire generalizzato – in patria prosegue l’idillio col pubblico – inizia a insinuare il sospetto; forse la cifra del cinema minimaliste comincia a reiterare, lambisce la fatuità, si appresta alla stasi. Ma in Parlez-moi de la pluie*, se lo si guarda in controluce, si vedrà una chiara e inequivocabile progressione tematica: per primo l’ingresso della politica, indefinita ma eloquentemente racchiusa nell’aggettivo “femminista”, che diventa una nuova arma nella battaglia contro il diverso; segni, caratteri, ambienti distanti che si toccano, al solito, stavolta sfiorati da ragioni di conflitto razziale, appartenenza ideologica e conseguenti derive pregiudiziali (Karim, franco-algerino di seconda generazione, è la prima figura etnica della regista). La coppia, inoltre, sceglie di esplicitare l’oggetto Film: quello che girano Michel e Karim, di cui non è dato vedere l’esito, ma solo il suo screener caricaturale che risulta “più vero del vero”; non è però una spinta metalinguistica – si gira infatti un documentario per la televisione -, bensì il coltello che spunta i protagonisti e gradualmente li espone, senza scorza, alla luce. Le linee della personalità, come nelle altre prove, in partenza latitano, non vengono dettate preventivamente ma arrivano in ultima istanza: il personaggio è il guscio da cui il carattere deve uscire per comprendere l’Altro. E continua l’eccelso lavoro di scrittura, attraverso scambi minimi e senza significato, che mettono la società francese allo specchio ma, più verosimilmente, si applicano all’intero être humain: oltre alle poche cadute di tono, quando ci si affida all’umorismo più leggibile e immediato, allora va ancora sottolineata la capacità di prendere uno script complesso e tradurlo su piano narrativo in effetti semplici (il picco più toccante del film: Michel che racconta la telefonata del figlio, forse reinterpretandola, e si riscatta così dal ruolo di fallito). Doveroso segnalare la complicità di tutto il cast (Jean-Pierre Bacri è una vera star) e interessante rilevare i primi, timidi movimenti di cinepresa – tra cui una bella camera a mano a seguire Michel – che lasciano la strada della “regia assente” e si avviano domani a una vera impronta stilistica. Fondamentale infine l’acquisita consapevolezza di ciò che si va filmando e la messa in immagini di tale convinzione: si consideri il lungo dialogo Michel/Agathe a proposito di una formica, che è trasposizione metonimica dei piccoli intrecci sviscerati (la formica può sollevare più del suo peso: alla stregua, dunque, dei copioni dell’autrice), e con resa lieve apre una parentesi concettuale: qui si parla di insetti, vuole dire Agnes Jaoui, si guardano, si analizzano, si studiano e si intende continuare.
*Il titolo è il primo verso di una canzone di Georges Brassens, L’Orage.

