TRAMA
Alain Wapler, noto manager dell’auto, viene colpito da un ictus che lo costringe a rivedere la sua vita.
RECENSIONI
La crisi dei manager è stata tematizzata a Hollywood in film come The Company Men di John Wells (2010), con i dirigenti colpiti dalla recessione costretti a ricominciare dal basso; in Italia ne L’industriale di Giuliano Montaldo (2011), racconto classico su un piccolo imprenditore che lotta per la sua fabbrica, o nella premessa visionaria de La felicità è un sistema complesso di Gianni Zanasi (2015), immaginare un addetto alla moral suason che convince dirigenti incapaci a dimettersi. Hervé Mimran porta la questione nella zona della commedia francese. Alain, però, non è un manager “in crisi per la crisi”, la sua parabola aggira la legge del mercato: all’inizio viene colpito da un ictus ed è questo che lo costringe alla obbligatoria revisione al ribasso. Il regista lo inscena rallentando il ritmo del racconto: se l’incipit si risolve in brevi inquadrature e raccordi veloci, volti a incidere l’affresco dell’uomo di fretta (pressé, dal titolo originale), il percorso della storia viene poi forzatamente congelato e portato verso la lentezza. Alain dopo l’incidente non sa più parlare correttamente e così è costretto a riscoprire il significato delle parole, aiutato dalla logopedista Jeanne: evidente contrappasso per il manager che faceva del verbo la sua forza, motivava i dipendenti e arringava la folla nei saloni. La privazione lo costringe in passività e spinge a reimparare: non solo le parole, naturalmente, ma anche i sentimenti e dunque si impone una complessiva riorganizzazione della vita votata al lavoro.
Il film poggia sulla lingua per intavolare il congegno comico, che su di essa interamente si basa: Alain scambia le parole, le mescola, dice il “fuori luogo”, buonanotte invece di buongiorno, e per questo l’azienda lo licenzia, spietatamente, perché ormai inabile al ruolo. A quel punto la riscrittura di sé si può realizzare, appianando gradualmente tutti i contrasti, dalla scoperta della propria umanità («Prima non aveva mai detto grazie») al recupero del rapporto con la figlia. La riconquista della parola passa per l’amicizia con Jeanne/Leïla Bekhti, che diviene per Alain ciò che era Lionel Logue per il re Giorgio VI, un medico-amico che permetterà il “discorso del manager”. Mimran, purtroppo, non sfrutta a dovere la disabilità comica dell’uomo, limitandosi a una confusione linguistica basata sulla ripetizione, trovando senso in una sola scena (Alain al centro dell’impiego: sentiamo prima cosa pensa di dire e poi ciò che dice veramente, in modo disarticolato); dall’altra parte, mentre si avvicina lo scioglimento, l’autore rende tutto esplicito e sottolinea l’ovvio, nella sua palese volontà di risolvere ogni asperità metaforizzata nell’immagine dell’uomo nuovo che salva un cerbiatto nel fiume. Puntellata di innesti e contorni che si limitano a cenni (il privato della terapista, l’infermiere) Parlami di te sarebbe una favola edificante a lieto fine, e non c’è niente di male, se non fosse esangue e quasi evanescente, solo parzialmente riscattata dall’interpretazione di Fabrice Luchini a un passo dalla maniera.

