TRAMA
Anni venti: un commediografo ha l’occasione di sfondare ma, per mettere in scena il proprio spettacolo, deve scendere a compromessi, costretto a ingaggiare la pupa di un boss con appresso una rude guardia del corpo.
RECENSIONI
Deliziosa e ponderata disquisizione sul significato dell’Arte, accompagnata da uno sguardo rigoglioso e ferocissimo sul “dietro le quinte” del mondo dello spettacolo e del (cinema-come) teatro, nel momento in cui la forma artistica ha a che fare con il mercato. La materia, al solito, è talmente autobiografica che il Socrate newyorkese (che dalla metropoli non si spostava mai) si tira fuori dal ruolo attoriale ma non dal carattere, affidato a John Cusack, con medesime gesticolazione e battute "affettate", mentre l’ambientazione anni Venti gli permette di rendere omaggio a due delle sue passioni, il jazz e il gangster-movie Warner (permettono anche a scenografo, coreografi, costumisti e al direttore della fotografia Carlo Di Palma di dare prova di bravura nella ricostruzione storico-ambientale). Si disquisisce di interpreti e produttori, e gli splendidi personaggi cuciti addosso a un gruppo di attori formidabili (Oscar a Dianne Wiest nella parte della primadonna che recita sia in pubblico che in privato; grandioso anche Palminteri) sono vivisezionati, falciati da una raffica di pallottole che salva ben poco per spirito critico e caustico, con elenco delle idiosincrasie umane che, infine, trasforma il sarcasmo in risata affettuosa. A salvarsi dal setaccio è l’Arte, non come prodotto umano ed individuale, ma come entità superiore che l'artista afferra solo per un attimo e per una serie di circostanze. L'Arte non ha morale né rimorsi e perde di senso, così, l’annosa diatriba fra commercio e purezza. Il dibattito, poi, diventa spurio quando “fuori” si spara o nel momento in cui l'Arte non è appannaggio della Cultura né può essere svincolata dalle ragioni del pubblico (la grande idea del rozzo Palminteri genio per caso: unica pecca del film, il suo brusco cambiamento da menefreghista ad appassionato). La si vuole racchiudere in un mondo ideale che non è la realtà fatta di compromessi con la violenza, l'ignoranza, la stupidità, la superbia, la venalità, la meschineria e il falso moralismo (frecciata di Allen sulle sue traversie private). A un certo punto, essa è talmente inafferrabile da meritare l'indifferenza o l'amore per un altro essere umano. Da segnare l’idea del critico che costruisce la sua elegia dello spettacolo sugli spari occasionali e l'entrata in scena dell'obeso, ma tutta l’opera è stracolma di brillanti, leggere e sagaci insieme, battute, meno del solito giocate sulla freddura e più sullo sguardo d’insieme da sbeffeggiare.

