TRAMA
Il figlio torna dalla leva militare e il padre gli trova lavoro in fabbrica. In seguito, però, si licenzia, deludendo un genitore dal glorioso passato nelle lotte operaie.
RECENSIONI
Anche Pasquale Pozzessere, alla seconda prova registica dopo Verso Sud, ci delude. Un’opera sfilacciata, senza un vero centro drammatico, nonostante aspiri a parlare (peraltro in modo poco elaborato) dell’incomunicabilità generazionale fra genitore e figlio: il primo reduce dalle impegnate lotte operaie negli anni della Contestazione, l’altro, appartenente a un moderno senza valori, svogliato, indeciso anche nel sesso (a questo serve la traccia in cui frequenta assiduamente un travestito: le sequenze sessuali sono abbastanza spinte). Lo stile dell’autore si riallaccia alla tradizione neorealista (suono in presa diretta d’obbligo) ma sposa anche un certo formalismo tecnico che non guasta, dimostrando talento per gli sguardi su una Genova fasciata da luci al neon bluastre: è carente, invece, nella direzione degli attori, in una drammaturgia che forza le situazioni per poi lasciarsi andare a ritmi laschi inutili, a scene di contorno a sé stanti, che vagano senza meta. L’accento genovese degli interpreti è palesemente finto, il disegno dei personaggi sfocato o banale, il tutto non decolla mai, come l’aereo di Stefano Dionisi che vorrebbe fuggire, come il desiderio di Michele Placido di tornare nella natia Puglia, tutti Verso Sud. Leitmotiv musicale di Youssou N’Dour.

