TRAMA
In un ospedale di Roma, l’assistente dell’ambasciatore americano sostituisce il figlio nato morto con un orfano che, cresciuto e col nome di Damien, anni dopo a Londra inquieta la madre, mentre un prete folle mette in guardia dalla progenie di Satana.
RECENSIONI
Ancora una volta e senza possedere i requisiti necessari, dopo Il Volo della Fenice John Moore si cimenta nel rifacimento di un “classico”, nello specifico Il Presagio di Richard Donner (1976). Il vero evento soprannaturale e irrazionale s’annida nelle menti dei produttori che, misteriosamente, ripongono in lui tanta fiducia: quando si tratta d’imbastire una progressione drammaturgica, le sue inclinazioni non hanno la benché minima idea di cosa siano pathos, climax, respiro interno di una sequenza o dei personaggi. L’originale giocava quasi tutto sull’atmosfera perturbante e, influenzato dall’aria che si respirava negli anni Settanta o dal di poco precedente e rivoluzionario-satanico L’Esorcista, funzionava per una sinergia di elementi che Moore non riesce a replicare, per quanto possa avvalersi dello stesso sceneggiatore David Seltzer, che opera alcune modifiche e introduce qualche novità ma lascia sostanzialmente inalterati i pilastri del racconto. Anche il budget è degno di soluzioni figurative adeguate ma manca tutto il resto, quel clima malsano costante, fatto di presagi e inquietudini, di un orrore poco esplicito (alla Rosemary’s Baby, non a caso c’è l’ottima Mia Farrow) che nasce dalla credibilità delle scene, dalla tensione in crescendo, da un casting perfetto: il baby-actor scelto per il ruolo di Damien, davvero poco demoniaco, quando fa la faccia cattiva evoca soltanto il broncio di un infante capriccioso. Non sapendo come altro spaventare la platea, l’irlandese Moore, purtroppo, s’accontenta della reiterazione di visioni orribili per effetti speciali mostruosi, speculando sugli incubi.

