TRAMA
Dopo aver spezzato un misterioso “bastoncino del desiderio” per conquistare il cuore della ragazza che ama, un romantico senza speranza ottiene esattamente ciò che ha chiesto. Ma presto scopre che alcuni desideri hanno un prezzo sinistro e pericoloso.
RECENSIONI
Amami più di ogni altra cosa
C'è qualcosa di profondamente contemporaneo nel modo in cui Obsession decide di trasformare una delle fantasie più antiche del mondo - essere finalmente amati dalla persona desiderata - in un incubo folle e disperato. Non perché il film di Curry Barker reinventi davvero il vecchio schema del be careful what you wish for (“stai attento a ciò che desideri”), ma perché sa perfettamente che oggi l'orrore romantico non passa più attraverso la paura del rifiuto, bensì attraverso il timore opposto. E se ottenessimo davvero tutto quello che vogliamo? Bear è il classico bravo ragazzo incapace di confessarsi e dichiararsi. Lavora in un music store, è innamorato della sua collega Nikki e vive in quella zona grigia emotiva che internet ha trasformato quasi in identità culturale: troppo coinvolto per essere soltanto un amico, troppo passivo per cambiare le cose. Quando un bastoncino magico gli permette di esprimere un desiderio, la richiesta è semplice: vuole che Nikki lo ami più di ogni altra cosa al mondo. Una speranza ingenua, quasi infantile, che naturalmente si rivelerà un errore. Ma Obsession diventa interessante proprio perché non trasforma subito quell'errore in punizione. Per un po', anzi, Bear è felice. Il film di Barker comprende qualcosa che molto horror morale di oggi dimentica: le ossessioni funzionano perché all'inizio sono piacevoli. La vera intuizione del film è infatti spostare il racconto dalla possessione alla dipendenza affettiva. La nuova Nikki non è un demone tradizionale. È piuttosto una versione distorta di ciò che molte fantasie romantiche promettono: disponibilità assoluta, presenza costante, bisogno elevato a prova d'amore.

Guardandola, viene spesso da pensare meno agli spiriti maligni e più a forme contemporanee di intimità costruite sulla sottomissione emotiva e sulla necessità continua di conferme. È qui che Obsession trova il proprio spazio all'interno dell'horror contemporaneo. Barker appartiene alla prima generazione di autori cresciuta completamente dentro YouTube, meme e linguaggi digitali, e si vede. Il film possiede un ritmo strano, quasi sbagliato: battute improvvise, silenzi imbarazzanti, violenza che arriva fuori tempo, cambi tonali brutali. Non cerca la costruzione classica della paura. Preferisce destabilizzare. Quando poi l'orrore esplode davvero, lo fa senza eleganza. Sangue, corpi che si spezzano, immagini disgustose: Obsession non cerca la raffinatezza quanto la sensazione di malessere persistente. Ed è probabilmente la scelta giusta, perché il film finisce per assomigliare meno a un meccanismo perfetto e più a una relazione tossica: confusa, estenuante, difficile da interrompere. A tenere tutto insieme è soprattutto la protagonista Inde Navarrette. La sua Nikki non diventa mai semplicemente un mostro: anche nel mezzo delle trasformazioni più assurde e della brutalità improvvisa, l'attrice riesce continuamente a far intravedere una persona intrappolata dentro qualcosa che non controlla più. È una performance fisica, scomposta e straziante, spesso dolorosa da guardare. La sensazione di disagio aumenta, per quanto possibile, considerando anche che tutto viene di fatto raccontato attraverso lo sguardo di Bear, che fatica a comprendere e a elaborare gli eventi spaventosi e sbagliati che gli si parano davanti. Nikki resta per lui – e, di conseguenza, per noi – un oggetto osservato, desiderato, perduto. È anche questo a rendere Obsession così disturbante. Perché, al di là dei mostri, oltre gli schizzi di sangue e le possessioni, il film continua a ripetere una domanda molto semplice e molto sgradevole: cosa desideriamo davvero quando diciamo di amare qualcuno?

Il maggior merito di Obsession è la sua ambiguità, ma potrebbe non essere esattamente un merito e/perché potrebbe non essere esattamente un’ambiguità (nel senso di voluta). Horror-non-horror ironico-ma-serio o serio-ma-ironico metaforico non-si-capisce-bene-di-cosa con finale che chiude il cerchio ma non-si-capisce-bene-come. Lo spunto è da ipotetica (fanta) “commedia sentimentale anni 90 con Jennifer Aniston” ma vira al grottesco con deviazioni Scream-edeliche e chiude dalle parti della Grande Metafora. Si passa, infatti, dal One Wish Willow che realizza il (monodirezionale) sogno d’amore, il sogno diventa progressivamente un incubo con mezz(ucc)i anche linguistico/grammaticali derivativi ma efficaci (la perdita del controllo sfinterico di Nikki, le esplosioni splatter, i jump scare che dicono: sto diventando un horror facendo continui occhiolini che insieme innescano e disinnescano la metamorfosi) fino alla chiusura che dota il film del proverbiale messaggio. Obsession era/è quindi una “riflessione attuale”, direbbero in un servizio/spot al TG2, sulla pericolosità del desiderare, sulle conseguenze dell’amore (obsessivo), sul controllo affettivo, sul senso del possesso (che fu prealessandrino)? Se sì, ci dice davvero qualcosa della quale ci importi? E se non ce la dice, ci importa che non ci importi? Direi, tutto sommato, di no. Perché, tutto sommato (e 2, a chiarire il concetto), una cosa non scontata la fa: intrattiene. Non annoia, qualche sorriso lo strappa, qualche sano disgusto pure, i jump scare fanno saltare anche quando ce li aspettiamo (l’uccisione di Sarah, in una sequenza lunga abbastanza da diventare interessante) e tocca ammettere che riesce anche a disturbare davvero, di tanto in tanto (l’atroce esibizione del cadavere della stessa Sarah è uno zenit quasi inatteso). Per me, tutto sommato (e 3), è un sì.

Espediente magico-malefico che innesca il circuito di inemendabili disgrazie; gruppo di più o meno teenager in un mondo in cui la sfera adulta è bandita; progressiva dissoluzione della normalità in un crescendo di violenza parodico-parossistica. Nel mezzo la famosa Gen Z, qualche frammento di discorso amoroso, e gli immancabili ammiccamenti ironici qua e là per stemperare. Così si presenta Obsession, sulla coda lunga di un trend che vanta più di un merito – anzitutto quello di popolare le sale – e al contempo di un demerito.
Sulla coda lunga che facciamo risalire al prisma che fu It Follows, giustamente considerato apostrofe nera fra l’horror che precedeva e quello che poi ne seguì, si colloca il primo lungometraggio vero e proprio di Curry Barker. Un filone fatto di eccellenti epigoni — pensiamo ad esempio al valido dittico Smile e Smile 2 — e di una serie di bruttissime copie: Countdown, Truth or Dare, e giù negli abissi di cose come Friend Request e simili pacchianate. Già rodato nella produzione di medi e corti, Barker si distingue qui per acume registico e sensibilità filmica in generale.
D’altro canto, va detto, il film sembra fermarsi al divertimento superficiale, e forse la grande pecca sta nella mancanza generale di coraggio, cioè nel non portare seriamente alle estreme conseguenze la propria invettiva (il facile totem polemico della tossicità degli amori contemporanei). Together, per citare quello che gli viene fisiologicamente affiancato in qualità di gemello di affinità elettive, era meno giocherellone e per questo più riuscito.

Entriamo nel merito: il protagonista Bear è invaghito di una sua collega, trova in un negozio di cianfrusaglie magiche dei vecchi bastoncini dei desideri e per gioco esprime quello di essere amato da lei più d'ogni altra cosa al mondo. Attento a ciò che desideri: questa, forse, la moralona della situa. La variante postmoderna del filtro d'amore, con tutto il carico di conseguenze simboliche ampress’ (il giocattolino è una sciocchezza da pochi spiccioli), finisce infatti per generare una sorta di possessione demoniaca nella povera ragazza. Fin qui tutto accettabile, e anzi finanche encomiabile, in forza del proporsi come smantellamento di ogni backstory credibile per calarci immediatamente nell’inferno personale della coppia. Quello che manca, però, ed è un peccato, è l’attrito autentico. Lei, la giovane Nikki, vittima di un perverso sortilegio, impazzisce fino alla follia omicida, e capiamo essere ormai abitata da qualcosa di altro. Lui è intrappolato in questo patto mortale, che non può che degenerare macabramente. Ma il film anziché premere l’acceleratore, farci mancare il fiato per via del pasticciaccio, metterci nelle condizioni di empatizzare seriamente, procede in un continuo disinnesco.
La “linea comica”, questa la più problematica forma di cerchiobottismo di molto horror contemporaneo, è probabilmente il grande problema di Obsession. A seguire, alcune indecisioni drammaturgiche, poco aderenti al progetto che sembra trasparire. Spieghiamo meglio, anche qui. La continuity narrativa non è obbligatoria, e anzi oggi l’appiattimento narrativo generalizzato urla a gran voce che qualcuno abbia il coraggio di proporre storie fieramente bucate. Ma un film come Obsession, che si inserisce in un filone ben preciso, teso ad assecondare fasce di pubblico cosiddetto “teen” e palati più stagionati ma avvezzi a questo tipo di giocattoli, non si capisce bene se ci sia o se ci faccia. E allora, dicevamo, se Nikki è posseduta da un demone (cosa che è confermata da vari momenti in cui, pur se momentaneamente, prende possesso di sé), di questo demone non sappiamo nulla. Similmente, e ancora peggio, il film ci fa scoprire in maniera abbastanza plateale che in realtà la Nikki suddetta se la faceva con un amico del protagonista, dettaglio che viene presentato come rilevante, per poi diluirsi in un clima di generale irresolutezza. Ora, e ribadiamo, andrebbe tutto bene, se non fosse che, se quella era la via, allora il film risulta incoerente con la presunta appartenenza in cui esso stesso in qualche modo si colloca.
Cos’è, allora, Obsession? Un film da voto “benino”, con una serie di incertezze perdonabili – anche, volendo, quelle di una regia che a voler essere troppo ossessivamente (sic) arty si scopre a tratti, invece, artefatta – ma purtroppo e soprattutto non abbastanza intraprendente da convincerci appieno. Come si diceva una volta, intelligente ma non si applica.

