TRAMA
Quattro adolescenti. Han, scappa da casa dopo il divorzio dei genitori, incontra un suo coetaneo Chang, un ragazzo violento che passa le giornate per locali a luci rosse, dove la sua ragazza Ran si prostituisce. Han conosce Sari, di cui si innamora : una ragazza apparentemente “dura” che gira in motocicletta e sniffa colla. Le loro giornate trascorrono tra sesso, botte, droga e fughe in moto.
RECENSIONI
Un ritratto impietoso, forse non universale, sui teen-ager coreani: quattro ragazzi stipati in una claustrofobica metropoli, compressi in una routine, tra slanci di trasgressione coatta e sensazioni continue di morte. Le immagini sporche e le riprese con camera a mano moltiplicano i punti di vista, ma sottraggono quelli di riferimento e così i tentativi di fuga che svaniscono al ritmo grezzo e sincopato di un tecno-rock autoctono e in bassa fedeltà.
Quattro diverse personalità, con alle spalle un passato prossimo più o meno tragico; solo Han, relativamente quello più fortunato, tenta di liberare i suoi amici dal turbine di autodistruzione che li perseguita. Un punk - movie, come lo definisce l’autore stesso, nel vero senso della parola sia sul piano stilistico che delle tematiche. Secondo Im Sang-soo, la crescita "violenta" non anestetizza la vitalità che vuole rappresentare cinematograficamente, ma forse, alla visione di conati perenni e corpi martoriati, può essere considerata solo come istinto primordiale, non di salvezza, seppure non manchi la ricerca di affetto più o meno velata. Grazie ad Han, infatti, Sari riesce ad aprirsi poco a poco, quando finalmente là sul molo la macchina da presa rinuncia all’oppressione precedente per galleggiare al pelo dell’acqua da dove scompaiono e riemergono i corpi dei due ragazzi abbracciati.
Nel complesso, si avvertono spunti positivi, seppur la messa in scena non si distingua per grande originalità, aldilà di qualche trovata di suggestivo impatto visivo, e la sceneggiatura cada, a momenti, in stereotipi giovanili, alla quale sarebbe meglio sfuggire.
Mauro Ravarino

Routine d'oriente
Ritratto di giovani senza speranza nella Corea contemporanea. Il messaggio che viene dall'Oriente non è certo rassicurante: la vita è uno schifo, la droga e il sesso consentono, attraverso l'illusione di un attimo, di staccarsi da uno squallore senza promesse per il futuro.
Ma perché molti film coreani che circolano ai festival sono così?
Non basta moltiplicare pugni, calci e vomito, esplicitare il più possibile il sesso, esagerare il linguaggio, e poi sgranare il tutto, per andare a fondo di un disagio sociale. Ogni situazione descritta in "Nunmul" risulta infatti già vista, e in modo molto più incisivo. Non aiuta neanche la recitazione, spesso dilettantesca, dei giovani protagonisti. Le immagini scorrono quindi sullo schermo cercando di colpire basso, ma la denuncia sociale diventa presto compiacimento, con un forse non calcolato effetto anestetico per lo spettatore.

Reso possibile dagli incassi ottenuti da Girls’ Night Out, il secondo film di Im Sang-soo, Tears, è da considerarsi a tutti gli effetti come un’opera prima. Non soltanto perché la sua ideazione precede effettivamente la realizzazione di Girls’ Night Out, ma soprattutto poiché mette in gioco strategie di preparazione e di messa in scena a tutt’oggi uniche e non ripetute nella filmografia del cineasta coreano. In particolare spiccano due principi estetici: un’indagine sul campo condotta per diversi mesi tra la gioventù sbandata di Seoul e il precipitato visivo di questo approccio immersivo, il digitale. Im affida a riprese di evidente stampo videoamatoriale – sporche, sgradevoli e ipercinetiche - il compito di rappresentare il più autenticamente possibile le vicende dei suoi personaggi (naturalmente attori presi dalla strada, anche se alcuni di loro poi diventeranno professionisti come Bong Tae-gyu, nuovamente scritturato da Im per A Good Lawyer’s Wife). Storie di strada, estetica da strada. È proprio questo partito preso stilistico a pesare su Tears, dal momento che l’esasperazione della componente verista a lungo andare mette i bastoni tra le ruote all’incisività della pellicola, tramutando un ritratto che per la prima ora sfoggia interessanti sfumature acide e dolciastre in una velleitaria caricatura ribellistica. L’irrequieto mordente della prima parte di Tears, oscillante tra una vitalità abrasiva e una dolcezza inconsulta, si banalizza improvvisamente in repressività del contesto e mitologia della fuga, perdendo paurosamente in souplesse e finendo per irrigidirsi in formule cinematografiche largamente
esaurite (si notano godardismi d’accatto e primitivismi à la Ferrara con tanto di riprese all’insaputa dei passanti). Pur pesantemente danneggiato dalla deriva semplicistica dell’ultima parte, il film ha non pochi meriti nel descrivere con sincera adesione un mondo, quello dell’emarginazione giovanile e della miseria metropolitana, che altrimenti non troverebbe spazio sullo schermo, restando relegato all’invisibilità dei bassifondi e dei locali notturni. Im non solo lo rappresenta con indubbia partecipazione emotiva, ma ne raccoglie, soprattutto nei momenti di rarefazione narrativa, la scattante musicalità. Talento, quello di saper creare intensi impasti audiovisivi, che costituisce uno dei tratti stilistici più salienti della personalità artistica di Im Sang-soo (lo abbiamo già visto all’opera in Girls’ Night Out e lo ritroveremo in A Good Lawyer’s Wife), ma che in questo film assume, per ovvi motivi, un’importanza affatto centrale. Altro segno forte che con Tears emerge nell’universo cinematografico di Im è una certa difficoltà ad incanalare le storie verso un finale risolutivo. Naturalmente la difficoltà può essere anche considerata come una rinuncia deliberata alla progressione drammatica convenzionale. Comunque la si voglia giudicare, appare piuttosto chiaro che la poetica di Im sembra mal sopportare la riduzione semantica dettata dalle esigenze del finale catartico, meglio frequentando configurazioni narrative più aperte e apertamente incompiute. Apertura e incompiutezza che in Tears vengono invece bruciate sull’altare della salvezza, forzata conclusione post eventum che salda sciattezza e artificio in nome di un malinteso senso della libertà. Peccato. Attori non attori semplicemente fenomenali e un paio di sequenze rimarchevoli: l’incipit aggressivo con il brutale striptease e la scorribanda motociclistica a tutto volume di Sari e Han.
