

Impossibile non definire imprescindibile NON È TEMPO DI EROI. IL CINEMA DI JOHNNIE TO a cura di Matteo Di Giulio e Fabio Zanello: pubblicata dalle Edizioni Il Foglio, la monografia corale dedicata al cineasta hongkonghese offre difatti tanti e tali spunti di riflessione da lasciare letteralmente a bocca aperta. Articolata in agili saggi, l’impostazione per sezioni (INTRODUZIONE A JOHNNIE TO, GENERI, TEMI, OPERE) muove un vero e proprio accerchiamento critico all’“affaire To”, dando al lettore l’opportunità di cogliere la complessità e la ricchezza della galassia Milkyway tutta. Sarebbe ingeneroso sacrificare la trattazione a un riassunto inevitabilmente svilente, meglio invece descrivere i singoli interventi, lasciando che se ne intuisca la varietà di traiettorie esegetiche.
Introduzione a Johnnie To
Sergio Di Lino, IL «BRAND» JOHNNIE TO
_x000D_Con una scrittura di entusiasmante brillantezza, Sergio Di Lino mostra come il cinema di To non sia riconducibile alla categoria uniformante dell’autorialità, ma richieda al contrario un approccio più duttile, disposto a riconoscere nel brand – inteso come impronta estetica proteiforme – il marchio cangiante di una prassi cinematografica che ha finito per caratterizzare l’intera Milkyway.
Matteo Di Giulio, AI CONFINI DELLA VIA LATTEA
_x000D_La creazione e l’affermazione della Milkyway Image, fucina collettiva (ma non troppo) fondata da Johnnie To e Wai Ka-fai nel 1996, è il fenomeno preso in esame da Matteo Di Giulio. Il saggio illustra con avvertita perspicuità nodi tematici e inclinazioni linguistiche di una compagine cinematografica così spregiudicata da nascere proprio nel momento in cui l’apparato produttivo hongkonghese stava attraversando un periodo di crisi dichiarata.
Generi
Emanuele Sacchi, LA NOTTE PIÙ LUNGA. IL NOIR SECONDO JOHNNIE TO
_x000D_Emanuele Sacchi affonda lo sguardo nelle tenebre narrative dei noir di Johnnie To: una ricognizione viscerale in cui l’ispezione critica si carica di una fascinazione per il genere assolutamente contagiosa. Se l’intero saggio pullula di notazioni folgoranti, Sacchi sfodera un paio di passaggi da brividi affrontando il ludismo più o meno serpeggiante nella filmografia di To e il suo essere un “cantore degli emarginati”, artefice di “un’elegia dei reietti” nella quale “i protagonisti sono sempre la manovalanza mafiosa”. Chapeau!
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Matteo Di Giulio, TANTE STRADE PER ESSERE FELICI. JOHNNIE TO E LA COMMEDIA
_x000D_Aggregazione volubile di pellicole stravaganti, la costellazione comedy della produzione To è sottratta da Matteo Di Giulio allo stereotipo critico della “costrizione alimentare” e restituita ad una prospettiva estetica fatta di dialogo con la tradizione e comicità slapstick, per abbattere definitivamente ogni steccato nelle commedie del biennio 2003/2004 (Love For All Seasons, Turn Left, Turn Right, Yesterday Once More), all’insegna di “un cinema dove disimpegno e tragedia vadano di pari passo”.
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Andrea Bruni, DAL ROSSO AL NERO
_x000D_Analizzando i due titoli consecutivi A Hero Never Dies (1998) e The Mission (1999), Andrea Bruni isola i poli termici del cinema di Johnnie To: l’heroic bloodshed più fiammeggiante e il noir più algido. L’escursione “dal rosso al nero” rivela l’eccelsa padronanza stilistica di un cineasta capace di inzuppare i codici del gangster movie nel cruore dell’horror e subito dopo di tirarli a specchio in una composizione classicheggiante di melvilliana ieraticità. Non a caso Le cercle rouge è alle porte.
Stefano Locati, SFIDA ALLE ORIGINI. WUXIA E TRADIZIONE
_x000D_Per chi non lo sapesse, Johnnie To si è misurato con il repertorio tradizionale del wuxiapian per ben sette volte. All’incompreso esordio del 1980 (The Enigmatic Case) e al libero rifacimento del 1993 The Bare-Footed Kid (riformulazione di Disciples of Shaolin di Chang Cheh del 1975), si aggiungono il fortunatissimo dittico The Heroic Trio/Executioners (1993), la coppia di film interpretati dall’ingombrante Stephen Chiau (Justice My Foot!/The Mad Monk) e, infine, l’omaggio dissacrante Wu Yen (2001). Con invidiabile acribia Stefano Locati mette ordine in questo disorientante arcipelago, chiarendo come il rapporto di To con la tradizione si sviluppi lungo un preciso percorso che va dal confronto diretto allo stravolgimento irriverente, passando per l’attualizzazione/proiezione nel futuro dei topoi del wuxia.
Fabio Zanello, ELEMENTI MÉLO
_x000D_Nel suo calibrato intervento, Fabio Zanello sposta l’accento dalle pellicole integralmente melodrammatiche quali All About Ah Long (1989) o A Moment of Romance III (1996) alle occorrenze interstiziali del mélo in pellicole appartenenti ad altri generi (soprattutto noir). È in questi territori stranieri che, secondo Zanello, “il pathos può ancora assumere le forme sincere e incontaminate dell’eccesso sentimentale”: chiazze emotigene che interrompono la progressione degli eventi per proclamare l’assolutezza del dramma amoroso. E Sparrow sembra dargli nettamente ragione.
Temi
Mariolina Diana, Michele Raga, ALLA RICERCA DEL TEMPO – LA DURATA E L’ATTESA NEL CINEMA DI JOHNNIE TO
_x000D_Che nel cinema di Johnnie To il tempo sia agente narrativo di primaria importanza è una verità lapalissiana (basti pensare al viaggio al termine della notte di PTU o agli innumerevoli conti alla rovescia che punteggiano la sua filmografia): Mariolina Diana e Michele Raga fanno di questa verità oggetto d’analisi, osservando come l’ossessione di To per la continuità temporale si faccia cinema. Non solo e non tanto attraverso le formule del ralenti e dello split-screen, ma soprattutto tramite long take e piani sequenza che, nell’esasperazione del flusso cronologico, valorizzano la durata come attesa dell’imponderabile.
Andrea Fontana, GEOMETRIE SIGNIFICANTI – LA GESTIONE DELLO SPAZIO NEL CINEMA DI JOHNNIE TO
_x000D_Con un’argomentazione che si avvale di strumenti mutuati dalla semiotica di André Gaudreault e François Jost, Andrea Fontana si addentra nella strutturazione spaziale dei noir di Johnnie To. Interpretate alla luce delle categorie di contiguità, disgiunzione di prossimità e disgiunzione di distanza, le coordinate topologiche di The Mission, PTU, Breaking News e Exiled lasciano affiorare uno schema compositivo essenzialmente riconducibile all’intersezione di linee verticali e orizzontali. Un intervento, quello di Fontana, particolarmente utile a far risaltare l’approccio rigorosamente cartesiano di Johnnie To alla gestione dello spazio filmico.
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_x000D_Leung Wing-fai, ATTORI, CORPI, COSTUMI. OVVERO, COME SALVARE IL CINEMA DI HONG KONG E L’ARTE DELLA RECITAZIONE
_x000D_Dedicato all’illustrazione delle regole di casting e alla descrizione dei moduli recitativi del cinema hongkonghese, il saggio di Leung Wing-fai racconta come la Milkyway abbia saputo riscrivere, sul finire degli anni ’90, la concezione della performance attoriale. Centralità dei caratteristi, longevità dei comprimari e riciclo di divi già spremuti dallo star system televisivo: grazie a queste innovazioni, il duo To/Wai è riuscito a ridefinire la prassi del cinema di Hong Kong, mettendo gli attori al servizio del film e offrendo loro, contemporaneamente, palcoscenici di lusso sui quali esibirsi in qualità di interpreti e non solo come oggetti di puro consumo visivo.
Alessandro Borri, LA CINEFILIA ISTINTIVA
_x000D_“L’istinto di un genio della visione è di per sé ricolmo di immagini, consce o subconscie”: all’insegna di questo principio/conclusione Alessandro Borri investiga la cinefilia implicita (vale a dire non suffragata da dichiarazioni di poetica) di Johnnie To, un cineasta che ai manifesti di estetica preferisce la prassi filmica. Ne emerge un quadro sorprendentemente fitto di rimandi: non soltanto l’evocazione didascalica di Kurosawa Akira (Throw Down) o le araldiche onorificenze leoniane (Exiled), ma anche il citazionismo forsennato di Wai Ka-fai (Fulltime Killer) e, soprattutto, l’espressione di una sensibilità action/noir affine, per capacità di riscrivere le coordinate del genere, a Kitano, Scorsese e Michael Mann. Duole soltanto non ritrovare, nella cineteca virtuale assortita da Borri, il nome di Jean-Pierre Melville, creatore di universi polar generati da idee di pura messa in scena.
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Pierpaolo Vigevani, I SUONI DEL CASO
_x000D_“È facile notare, anche a un ascolto non eccessivamente attento, come nella musica sia sempre racchiusa l’essenza dell’opera”: basterebbero queste parole a riassumere la ricognizione sonora compiuta da Pierpaolo Vigevani sulle partiture musicali dei film di To, sovente affidate a Chung Chi-wing. L’immediata orecchiabilità dei temi fondamentali si complica in pitture sonore di metaforica icasticità (Election/Election 2) o in combinazioni armoniche che si rinserrano improvvisamente in team song di escalation corale (The Mission, PTU). Un saggio fondamentale per intuire l’orchestrata complessità dell’universo sonoro che avvolge e amplifica le pellicole di Johnnie To.
Giona A. Nazzaro, IERI, ANCORA UNA VOLTA, OSSIA COME KEI-FUNG IMPARÒ A COMBATTERE MISURANDO IL PROPRIO GESTO
_x000D_Giona Nazzaro percorre la filmografia «toeiana» misurandone la gittata linguistica: dagli esordi efficacemente camaleontici degli anni ’80 (The Big Heat, All About Ah Long) alla sbandata autoriale della fine ’90 (A Hero Never Dies) per approdare, infine, al banco di prova della classicità con PTU (2003). È qui che, secondo Nazzaro, To mette definitivamente in moto il proprio cinema inteso come progetto linguistico semanticamente compiuto (vale a dire oltre la forma come sovradeterminazione del segno). L’attivazione della macchina-cinema produce risultati difformi ma invariabilmente esatti nel perimetrare nuovi territori espressivi: la debordante eccentricità di Running On Karma, le sorvegliate traiettorie di Breaking News e, soprattutto, il travolgente tappeto urbano di Throw Down. Ma per avere notizia sul punto in cui si trova adesso il progetto-cinema di Johnnie To occorre rivolgersi alla geometria: un Triangle inscritto in The red Circle.
Davide Tarò, PTU, O DELL’IMMANENZA DEL MONTAGGIO NOTTURNO
_x000D_In un cinema così rigoroso e pragmatico come quello di Johnnie To, ci dice Davide Tarò, è l’immanenza a reggere il gioco. La sintassi stringente dei suoi film crea spazi di assoluta tenuta ambientale e semantica: il regno della coesione. Ma in questi spazi così reciprocamente necessitati (così “implicati”, direbbe Mitry) si aprono falle metafisiche, sia tramite le scie luminose che piovono dall’alto in PTU (vettori percettivi dell’oltremondano) che per mezzo dei controcampi deliberatamente negati nelle sparatorie di The Mission (sede dell’imperscrutabile, il fuori campo si carica di risonanze mistiche).
Stefano Locati, PRATICHE ELETTIVE. POLITICA E TRIADI A HONG KONG
_x000D_Fiore all’occhiello dell’intero volume, il saggio di Stefano Locati concentra l’attenzione sul dittico Election/Election 2 agganciando con magistrale sicurezza i testi al contesto. Osservato alla luce del dibattito politico esploso nel 2004 “sullo statuto di Hong Kong all’interno della Cina e sull’eventuale processo di democratizzazione”, il duplice affresco concepito da Johnnie To evidenzia linee di tensione letteralmente impressionanti per lucidità e incisività. Se il primo capitolo fotografa provvisoriamente la delicata situazione delle triadi di fronte alla questione del passaggio di potere (leggi la parziale autonomia di Hong Kong all’interno della Repubblica Popolare Cinese a ridosso dell’handover), il secondo atto radiografa con lapidario pessimismo la repressione da parte della Cina di ogni aspirazione all’autonomia hongkonghese. Un dittico di realismo anticonsolatorio che cattura una deriva in atto senza ricorrere a facili schemi manichei: non cenciosi film di denuncia, ma poderosi trattati politici sotto forma di affreschi storici.
Il libro si chiude con una degna sezione (OPERE) dedicata ai film diretti e prodotti da Johnnie To (indicazioni tecniche + sinossi e commento critico) a cura di Roberto Curti, Matteo Di Giulio, Sergio Di Lino, Stefano Locati e Emanuele Sacchi. Segue ricca bibliografia. Una monografia semplicemente esaltante.