Commedia, Recensione, Sala, Thriller

NO OTHER CHOICE

Titolo Originale어쩔 수가 없다 Eojjeol suga eopda
NazioneCorea del Sud
Anno Produzione2025
Durata139'
Trattodal romanzo The Ax di Donald E. Westlake
Fotografia

TRAMA

Man-soo è un pluripremiato dipendente veterano dell’azienda cartaria Solar Paper da 25 anni, ma perde il lavoro quando una ditta americana acquisisce l’azienda, licenziando gran parte del personale.

RECENSIONI

No Other Choice è un film che mette in imbarazzo chi deve recensirlo. Onestamente, ma che je voi dì? Proviamoci, allora, in maniera del tutto anticlimatica, partendo cioè dalla fine: l’ultimo di Park Chan-wook è, senza se e con forse minimi e pulciosi ma, sontuoso. La qual cosa, ad alcuni, potrebbe far storcere il naso per l’eccesso di barocchismo. Ma è questo in fondo il Park Chan-wook più recente. Quello che ci diletta con una regia a tratti paratelevisivo-soapoperistica (lo specifico coreano contemporaneo, possiamo volergliene?), con una fotografia da Instagram-postcard pesantemente lavorata secondo canoni Hallyu (la patinatura visiva della Korean Wave, cioè una sorta di skin care per lo schermo), con una direzione degli attori tale da farne kafkiani stereotipi.
È il Park Chan-wook post-Mademoiselle, che ha metabolizzato l’eccesso e lo ha ricondotto a sistema, ma anche molto di più, No Other Choice, sintesi perfetta di quel Woody Allen dell’ultima, altalenante fase (vibes di Coup de chance nell’aria, ma, almeno per chi scrive, molto meglio articolate), e del più banale Bong Joon-ho – partner in crime corean-occidentale che, per dirla tutta, tentò con Mickey 17 di fare qualcosa di simile, non riuscendoci nemmeno da lontano (cosa che invece con Parasite, di cui inevitabilmente No Other Choice rappresenta un epigono, gli riuscì); con un pizzico di Lars von Trier, nella sostanza almeno (sia mai nella forma).
Un film sul capitalismo, ma non un semplice film sul capitalismo. Così come un film sul destino, ma non un semplice film sul destino. Questo è No Other Choice. Cioè un “buon grandissimo film”, per dirla come faceva il “critico” spocchioso in coda al cinema in Io e Annie, riferendosi nientemeno che a La strada di Fellini. E lo è in virtù di un esercizio di sceneggiatura in punta di fioretto, che ne stratifica le varie istanze facendone un rizoma indistricabile, come per le piante nella serra del protagonista Man-soo – proprio lui, il “Front Man” di Squid Game, qui perfettamente calato nel ruolo, difficilissimo, di marito-padre-lavoratore licenziato-uomo frustrato-vittima delle aspettative della società-killer e così via. Un coacervo di elementi che ci dicono che il cruccio centrale è, anzitutto, l’identità come gabbia, quella sì capace di non darci altra scelta (quando pure molte ce ne sarebbero), se non programmaticamente la peggiore. Un tema che Park attraversa da sempre, a partire dal celeberrimo trittico Mr. Vendetta-Oldboy-Lady Vendetta, ma che qui assume una forma sorprendentemente dimessa, quasi quotidiana.

Ecco allora che l’ultimo di Park è un film, come dicevamo, anzitutto di scrittura, a partire dal soggetto letterario di The Ax (Donald E. Westlake, 1997), qui cripticamente citato all’inizio suggerendo la traduzione interculturale che verrà operata (“in America” – dice il protagonista – “quando si licenzia si dice che si dà un colpo d’ascia; qui da noi invece usiamo la metafora del tagliare la testa”), già tradotto in forma cinematica da Costa-Gavras – a cui No Other Choice è dedicato – con Il cacciatore di teste (2005), e dici poco.
Il film è dunque una macchina ben oliata, retta sull’intelaiatura di un noir semplicissimo (uomo uccide la concorrenza per accaparrarsi un posto di lavoro), e che proprio attraverso questo banale ordito fa esplodere una serie infinita di centratissime questioni. Tanto da farne un atipico film corale, in cui in realtà i protagonisti sono tutti, ogni personaggio avendo uno spessore e una dignità che emergono anche solo da poche, sparute battute o apparizioni. Ne fuoriesce uno scenario da teatro dell’assurdo, dolceamaro o tragicomico, in un mosaico di sequenze intrecciate da far venire le vertigini per il gusto per quelle che, se fossero singole, chiameremmo “trovate”, ma che così invece hanno il sapore inconfondibile di un progetto (alcuni osano chiamarla idea di cinema). Fra questi inarrivabili momenti, almeno dateci il piacere di sottolineare il duello a tre fra protagonista, suo concorrente e la moglie di quest’ultimo, i cui esiti saranno esilaranti – pur se fatali – e che è tutto sotto o “sovra” titolato per via della musica intradiegetica. La comicità è solo, d’altronde, un dramma ben travestito.
Finito il film, tutto ritorna all’ordine iniziale, ma niente è stato pacificato. Quell’ordine non era tale, e resta solo il senso del trauma irrisolto – anzitutto quello della storia coreana del secolo scorso, il cui spettro, soffocato dalle paillettes del presente, si allunga costantemente sull’arma del delitto – amplificato dalle impietose dinamiche del neoliberismo contemporaneo. Ma anche la certezza che Park Chan-wook non è solo quello della Trilogia della vendetta, né dell’eleganza perversa di Mademoiselle o Decision to Leave. E anche che a fare film così, lucidissimi e insieme spietatamente cinici, si rischia sempre di farci molto ridere, proprio perché non c’è niente da ridere (come, guarda un po’, per le battute infelici che Man-soo lancia goffamente nei momenti meno opportuni).

Spietati - Recensioni e Novità sui Film