Drammatico, Recensione, Sala

NINO

Titolo OriginaleNino
Anno Produzione2025
Durata96'
Fotografia

TRAMA

Alla vigilia del suo ventinovesimo compleanno, Nino Clavel viene travolto da una notizia devastante. Una vita fatta di decisioni rimandate e impegni presi con leggerezza si trasforma improvvisamente in urgenza…

RECENSIONI

Il minimo che si aspetta da un film sul cancro è che non sia tetro. E di conseguenza, soprattutto, che non sia ricattatorio. Tutto è da inventare - trovare una chiave, un registro, un tono - nell'area che rimane. Pauline Loquès, regista quarantenne all'esordio nel lungometraggio, al primo bivio sceglie la strada opposta rispetto allo Xavier Dolan (e Jean-Luc Lagarce) dello struggente È solo la fine del mondo. Al lirismo introspettivo preferisce una forma estroversa che guarda a uno dei sottogeneri cinematografici recenti più interessanti: il thriller lavorativo con vari ottimi esempi in area francese come La storia di Souleymane, Full Time - Al cento per cento o lo svizzero L'ultimo turno. L'assunto è rappresentare l'alienazione esponenziale del lavoro tipica del tardo capitalismo attraverso strutture thriller (se non horror...) molto strette dove l'individuo, il corpo del lavoratore sottoproletarizzato e tenuto in competizione per la sussistenza deve superare prove sempre più sovrumane in termine di gestione di tempo e spazio e salari da fame per soddisfare le richieste sempre più leviataniche di un "padronato" smaterializzato in tabelle e orari e notifiche. È interessante come Nino, aperto da una diagnosi di carcinoma, cominci come una versione meno sincopata e ansiogena. Nino è un tardomillenial e in una festa che più tardomillenial non si può per modi, musica, gente racconta di avere come molti un bullshit job burocratico e alienante, la "certificazione tecnica del prodotto". Siamo in piena area David Graeber / Mark Fisher. Ma dentro e fuori di lui - come deve essere organizzata la sua vita, come deve essere organizzato il mondo - tutto vi tende e la malattia è solo un altro ambito protocollare rispetto al lavoro. Il primo dei capitoli che raccontano il weekend lungo di Nino - da venerdì a domenica, esattamente mezz'ora per ognuno più una breve coda sul lunedì e l'inizio della terapia - è un crescendo ansiogeno di code, scadenze, ostacoli: la spola da un reparto all'altro nell'esperienza eminentemente kafkiana dell'ospedale, lo sperma da produrre e consegnare con l'acqua alla gola e così via. Il film ci dice indirettamente qualcosa di ulteriore sulla contemporaneità e la sua organizzazione della vita e della morte (del lavoro e della malattia): non la poesia bensì la prosa di una diagnosi terrificante sempre più ordinaria e prematura. Poi però il film cambia.

In Vite che non sono la mia Emmanuel Carrère racconta la storia di un magistrato la cui vita è stata segnata da un cancro in giovanissima età. In uno di quei momenti "così russi" di ambigua, indefinita intensità filosofica e esistenziale che tanto ama, Carrère racconta che l'uomo, ricevuta la diagnosi, prese un treno per Parigi e entrò in un locale gay dove consumò un rapporto sessuale pur senza aver mai avuto - né prima né poi - pulsioni omosessuali. La prima reazione all'apparire della morte potenzialmente concreta e imminente era stata una deviazione assurda, non ragionata, che non va spiegata. E così Nino da thriller medicale diventa un altro film sulla libertà che viene quando non si ha più niente da perdere. Il centro di gravità permanente è il bravissimo protagonista Théodore Pellerin, i suoi occhioni sgranati, i suoi tracciati parigini, la sua passività sorniona, la sua presenza/assenza. Diventa, nel fluire del weekend, un film sulla perdita delle chiavi di casa (una metafora fin troppo facile e le metafore sono forse il limite del film), sul nomadismo urbano per necessità e voglia, sul finire dove non si sarebbe mai finiti se non ci fosse stato un evento disgregante. Nino è l'opera di una regista che si definisce "una camminatrice" e che guarda ovviamente a Cleo dalle 5 alle 7 (il soggetto, la diagnosi, il countdown, la libertà paradossale) ma sa che non può farne un remake, che il film deve avere la forma dell'ideologia della sua epoca. E di conseguenza parla obliquamente di tutto ciò che è cambiato dagli anni Sessanta. È un film che più francese (anzi, parigino) non si può se la sua architrave è la flânerie, la deriva psicogeografica che rispecchia quella esistenziale, l'esperienza di un tempo improvvisamente sperimentale prima di una scadenza (la prima seduta di chemioterapia). Nella definizione di un protagonista che normalmente si aggira per la città senza peso, trasparente e permeabile come tanti corpi esistenzialisti prima di lui, da Fuoco Fatuo a ognuno degli Alain Delon, registriamo che l'aura maudit e samurai, la straordinaria individualità narcisista, si sono perse sgretolate nell'alienazione triste e ordinaria dei bullshit job. Quel che invece resta a Nino - ed è moltissimo ed è comunque francesissimo - è l'esistenza che comincia nelle relazioni. Nino è un vero e proprio soggetto relazionale che si accende per contatto e trova consistenza negli incontri. E così sappiamo cosa opporre quando la morte improvvisamente irrompe concreta e plastica nella vita, non più solo potenzialità teorica.

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