Criminale, Recensione

NEW JACK CITY

TRAMA

Un genio del crimine spaccia crack in un palazzo che è come una fortezza. Due agenti speciali cercano di fermarlo.

RECENSIONI

L’attore Mario Van Peebles passa dietro la macchina da presa seguendo le orme del padre Melvin, gloria del cinema afroamericano anni Settanta. Non insegue Spike Lee ma il cinema blaxploitation, per quanto mascherato da impegno civile. Mentre fa la morale alla “sua gente” contro lo spaccio e l’uso di droghe, cita esplicitamente (e, quindi, contraddittoriamente) Scarface di Brian De Palma e ne segue le orme narrando di un magniloquente capobanda che costruisce un impero per poi venire divorato dal potere e da compagni-giuda. Stessi stilemi fra esasperazione della violenza e del turpiloquio, messinscena energica e barocca: ma dove De Palma caricava le scene e trasportava in un Valhalla cruento personaggi epici e mitici (allegorici), Van Peebles staziona dalle parti del fumetto inverosimile perché strabordante (il palazzo e l’organizzazione criminale futuristica). Il bluff, o erroneo compromesso, è ratificato dai cliché di genere (è “solo” un poliziesco) e dalle grossolanità socio-politiche che sembrano appiccicate alla sceneggiatura (di Thomas Lee Wright) solo per darsi un tono (battute come “Bisogna rubare nell’era di Reagan” o il patetismo moralistico nell’aiutare lo spacciatore infiltrato a uscire dal “tunnel”). Ciò nondimeno, il regista ha talento nell’impostazione del ritmo e nell’iniezione di adrenalina in un film che, prima che impegnato, vuole essere spettacolare. Nel finale un bel tocco (il colpo di scena in cui il poliziotto ritrova l’assassino di sua madre) e un inno alla giustizia privata (contro il sistema giudiziario fallace). Gli attori, Wesley Snipes in testa, valgono da soli la visione. Il soundtrack martella con “Living in the city” di Stevie Wonder.

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