TRAMA
Pedro Costa ritorna nel Bairro das Fontainhas, quartiere alla periferia di Lisbona che era stato il “set” di “Ossos” e dove vivono la maggior parte dei suoi protagonisti. Questa volta ritorna solo, senza una troupe al seguito, soltanto con una piccola telecamera digitale e un microfono. Ritorna nella stanza di Vanda Duarte, la filma in compagnia della sorella Zita mentre parlano, urlano, si raccontano storie, trascorrono le loro giornate fumando crack, in attesa che i bulldozer che stanno distruggendo il bairro arrivino fino alla loro casa.
RECENSIONI
“Io parlo continuamente di Tourneur perché è l’autore più conosciuto, ma io ho sempre amato molto tutti questi film, soprattutto americani, di mistero, non di fantascienza, ma letteralmente di isole perdute, di cimiteri permanenti… Pertanto lì c’era qualcosa di sacro, il suolo era sempre sacro, il cimitero… La prima cosa che fai quando entri in un cimitero è sempre non calpestare le tombe, entrare in un cimitero è come entrare in un campo minato. Quindi in me c’è sempre stata questa convinzione che il cinema possa filmare molto bene questa cosa e ci sono persone che hanno filmato molto bene l’orrore, il terrore di non conoscere bene il terreno che calpestiamo. A Fontainhas è stato esattamente nel giorno in cui ho visto un vecchio che sembrava uscito da un film di Tourneur, quasi un saggio, muscoloso, con la barba. Venne a dirmi che loro seppellivano i loro morti per strada, e che quindi io magari stavo calpestando dei cadaveri… Deve essersi inventato questa storia. Gli Straub lo filmano sempre, c’è un loro film che parla di questo che è “Fortini\Cani”, in cui filmano molto liricamente le Alpi Apuane, dove c’è stato un enorme massacro, come per dire che quelle colline sono piene di sangue. Credo che sia una preoccupazione che si deve sempre avere in un film, quella di sapere sempre dov’è che si mette la macchina da presa, dov’è che si sta filmando, quasi si stesse disturbando…” (Pedro Costa)
”No quarto da Vanda” è in fondo proprio la storia della profanazione di un territorio. Il caso più unico che raro nella storia del cinema di un cinema che filma la sua propria autodistruzione, che si sviluppa e intanto si guarda morire. “No quarto da Vanda” è la fine di un processo che parte dal cinema per approdare alla vita e lasciar sgretolare lentamente il cinema, un processo che parte da lontano, dalle isole di cenere capoverdiane (“Casa de lava”, 1994) seguendo la rotta di tanti emigranti che ogni giorno approdano a Lisbona, Bairro das Fontainhas (“Ossos”), per concludersi dentro la stanza di Vanda Duarte, tra le macerie del bairro. Il cinema di Pedro Costa è prima di tutto la storia di questi luoghi, di questi spazi, un cinema visceralmente legato alle geografie, spaziali e umane, che si è concretizzato negli anni attraverso l’osmosi profonda creatasi tra il regista e i luoghi del suo cinema, che non è più spazio filmico (come forse si poteva pensare nell’analisi di “Ossos”, prima di aver conosciuto da vicino la stanza di Vanda) ma prima di tutto spazio di vita, negli interstizi del quale può insinuarsi liquidamente il cinema, fino a perdercisi dentro. Quel “sapere esattamente dove si appoggia la macchina da presa” è per Costa il frutto di due anni di vita trascorsi nella stanza di Vanda, nei vicoli di Fontainhas, il frutto delle storie e dei rapporti umani intessuti nel tempo. Ogni immagine e ogni suono di “No quarto da Vanda” sono parte di un’esperienza quotidiana e continua di cui il cinema è soltanto una delle componenti, non il risultato ultimo di un processo di osservazione antropologica ma piuttosto un elemento quasi impercettibile all’interno di un sistema regolato da spazi e tempi propri che assorbe il cinema e lo rende parte integrante di sé, dove la telecamera una volta appoggiata sulla terra vi sprofonda dentro. L’atto del filmare la distruzione del bairro è un vortice nero paragonabile forse solo allo sguardo in macchina di Buster Keaton al termine del “Film” beckettiano, un estremo cinematografico indicibile perché lancia uno sguardo sulla fine del cinema, sulla morte istantanea del dispositivo creato per permettere l’esistenza del cinema. Due piani risultano esemplari: quello della distruzione del muro con la X gialla che vediamo cadere sotto i colpi di un bulldozer dopo averlo visto fare da sfondo ad altri piani del film (molto difficile non pensare a uno dei primi grandi “gesti” cinematografici di sempre, quella distruzione e ricostruzione del muro mostrata dai fratelli Lumiere ottenuta facendo scorrere la pellicola in avanti e all’indietro). L’altro piano è posto in coda al film: vediamo un frammento di muro, l’angolo che congiunge due pareti ormai invisibili, ripreso da quello che un tempo era l’interno di una casa. Sullo sfondo si intravedono dei palazzi nuovi, prima nascosti dalle case del bairro, uguali a quelli che forse sorgeranno a Fontainhas dopo la distruzione. Un’inquadratura molto luminosa, stranamente ariosa, non rimane nulla dei vicoli stretti, delle finestrelle che davano sul muro di fronte, del buio, di tutto il materiale di cui era costruito e intessuto questo film, così come lo era Ossos.
“In “Casa de lava” il lavoro veniva tutto da dentro di me, era una cosa che io progettavo a Capo Verde, c’era un lato molto romanzesco. Ma a Fontainhas, in “Ossos”, già sentivo che veniva molto di più del bairro verso di me, il primo impulso, il primo shock, è vedere le cose che vengono loro verso di noi e non che andiamo noi verso di loro. Ecco, questo movimento impiega molto tempo, abbiamo fatto due film, credo sia sufficiente, ma oggi non vedo come io possa fare diversamente, ossia, avrei molta difficoltà a scrivere un copione , a scrivere una finzione. Le persone normalmente parlano delle cose che amano, ma io non lo faccio perché c’è sempre il pericolo della proiezione, della costante invenzione. E in “Ossos” ho verificato che era sempre abbastanza interessante quello che loro mi dicevano, o quello che inventavano, non so se mi dicevano la verità. Io credo che si concretizzino di più lo spazio e il tempo, in una maniera più… documentaria, non lo so…” (P.C.)
