TRAMA
Cresciuto ad armi, droga e violenza nel ghetto nero (padre spacciatore ucciso, madre morta per overdose), Caine ascolta poco i consigli dei nonni, di un musulmano e di una ragazza madre per tirarsene fuori.
RECENSIONI
Parabola di degrado e circolo vizioso della violenza nel ghetto nero di Los Angeles: se il quadro è risaputo, il cinema dei debuttanti e giovanissimi gemelli neri Hughes (classe 1972) è inedito e potente. Una messinscena dolorosa, violenta, concreta e sociologica che, anche con l’espediente dell’Io narrante, raffigura un giovane immerso nella melma delinquenziale del suo quartiere, cui il destino offre alcune opportunità per uscirne: deve confrontarsi con se stesso, analizzare l’ambiente in cui è cresciuto e fare paralleli con il figlio che accudisce di un amico in carcere. Ma gli errori si pagano. Morale senza pignoleria in un film secco, duro e truculento, che replica l’impatto delle strade di Martin Scorsese e Spike Lee, e il minimalismo realistico di Boyz ‘n the Hood di John Singleton, ma senza i suoi accademismi e artificiosità. I fratelli Hughes pennellano un apologo con schema quasi scientifico, dove la tecnica (i lunghi carrelli) e la brutalità (per suscitare disgusto) non sono fini a se stessi e convergono nel “documento” antropologico e psicologico atto all’impatto spettacolare per essere dimostrativo e restituire il ritmo nervoso della sopravvivenza. Alla luce di tutto questo, quindi, è evidente la grande maturità stilistica e umanistica degli autori, la profondità del loro sguardo indagatore che parte con excursus storico delle rivolte contro la polizia nel 1965 e passa, anche, per gli anni settanta.

