TRAMA
Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele.
RECENSIONI
E noi che siamo esseri liberi
Un ciclo siamo macellati
Un ciclo siamo macellai
Un ciclo riempiamo gli arsenali
Un ciclo riempiamo i granai
Guerra e Pace, CCCP - Fedeli alla Linea
"Credo ancora che i nazisti siano il male ma mi chiedo allora: cosa sono io?"
The Act of Killing, documentario del 2013 realizzato da Joshua Oppenheimer, è uno dei film più importanti e emblematici di questo secolo segnato dal ritorno dell'arbitrio, della violenza, del suprematismo su base razziale, della legge del più forte al posto del diritto. Parla del golpe - come ogni golpe ispirato, sostenuto e sovvenzionato dalla CIA - grazie al quale la giunta militare indonesiana si assicurò il potere nel 1965/66 massacrando tre milioni di studenti, militanti comunisti, sindacalisti, minoranze o semplici intellettuali. La radicalità dell'opera, che la rende sconvolgente, è nel dispositivo abissale. Siccome i militari non hanno più lasciato il potere, assassini e aguzzini di allora non hanno mai incontrato le conseguenze, le sanzioni dell'atto dell'uccidere a carico di una coscienza interna o esterna che pensiamo inevitabili perché ci illudiamo sia l'effrazione massima e richieda in ogni caso una qualche forma di riparazione come avviene nella tragedia greca. Tutto il contrario: diventati anziani sono i rispettati eroi della patria che hanno liberato dai comunisti. Oppenheimer, come il connazionale Amleto con la rappresentazione teatrale, usa il re-enactment come reagente etico ma ha un esito opposto: chiede agli ex torturatori e assassini di rimettere in scena torture e omicidi come si svolsero davanti alla sua camera, lasciando a loro discrezione ogni elemento della messa in scena. Il risultato è sconvolgente: nessuno mostra segni di pentimento - nessuno del resto ha mai detto loro che erano criminali contro l'umanità - anzi rappresentano allegramente i rastrellamenti e le violenze con i canoni estetici, linguistici e di immaginario del cinema noir e hard boiled hollywoodiano. C'è tutto un filone di attivismo convinto che non si debba lasciar parlare i carnefici - o in generale "i cattivi" - e che le voci siano da amplificare o silenziare secondo un criterio morale manicheo basilare. È l'idea puritana del male che si trasmette per contagio e quindi richiede un cordone sanitario. The Act of Killing prima e ora NAZA dimostrano l'opposto. Non c'è niente di inedito nelle confessioni di soldati e funzionari IDF implicati nel genocidio di Gaza rilasciate a Yuval Abraham, nulla che inchieste e indagini non avessero già scoperchiato ma chi come dove queste rivelazioni vengono registrate fa tutta la differenza del mondo perché dice anche altro. Nel documentario di Oppenheimer gli esecutori materiali ripetono l'atto per definizione più sacrilego secondo tutta la tradizione umanista cui apparteniamo e che vorremmo difendere dall'attuale assalto concentrico e lo fanno senza rimorso e neppure elaborazione, perché gli hanno sempre detto che erano nel giusto. Potevamo sospettarlo ma c'è bisogno che loro lo facciano e che noi lo vediamo perché ci si possa proiettare sulla parte oscura e da questa esperienza radicalmente destabilizzante si inneschi una presa di coscienza primaria, viscerale, trasformativa, da teatro della crudeltà. Così in Israele l'indottrinamento e la retorica dell'assedio, della minaccia esistenziale, del 7 Ottobre unita alla deresponsabilizzazione genera un esercito di Eichmann che direzionano missili e droni su famiglie inerti e la sera fanno jogging sul lungomare. Lo sapevamo ma abbiamo bisogno di sentirli e vedere che non sono mostri e spesso addirittura vengono dalla borghesia urbana di sinistra. La diagnosi sulla natura umana e sulla natura dell'etica fondamentale come esito di sanzioni sociali piuttosto che imperativo kantiano è raggelante ma una diagnosi è necessaria se si vuole trarre una prognosi e ipotizzare una terapia.
Chi conosca anche solo per sommi capi La banalità del male di Hannah Arendt non può evitare di sobbalzare ascoltando soldati ebrei nella capitale della nazione che celebrò il processo a Adolf Eichmann sostenere di aver messo a punto un algoritmo che farà migliaia di morti ovvero di aver semplicemente "fornito uno strumento" mentre altri ripetono di aver solo seguito procedure, eseguito ordini. È ai limiti dell'insopportabile la normalizzazione e la consapevole massimizzazione della strage di civili, disumanizzati nell'acronimo NAZA, la gamification dello sterminio di massa eseguito da remoto, il delirio di onnipotenza di un gruppo umano che aveva sistematizzato il controllo e la sorveglianza totale di un altro gruppo umano e poi li ha usati come infrastruttura genocidaria. È vertiginoso, per chi abbia letto o visto sull'Olocausto nazista, ascoltare dai quadri dello stato ebraico la divisione arbitraria, con un tratto di pena, della striscia di Gaza in zone di morte o temporanea sopravvivenza e la cronaca delle uccisioni sfrenate da un ufficio di Tel Aviv dove la pulizia etnica è vissuta come uno sparatutto collettivo, un rush adrenalinico, una spirale di eccitazione. Sconvolge infine chiunque abbia visto anche uno soltanto dei film su Auschwitz o sulla liquidazione del Ghetto di Varsavia sentire raccontare le trappole delle distribuzioni viveri dove cecchini israeliani si divertivano a sparare a chiunque deviasse da un percorso predefinito. Lo trovavano un gioco particolarmente soddisfacente perché i disperati affamati raggiunti dai proiettili si mettevano a correre dentro un avvallamento quindi ci voleva abilità e fortuna per freddarli. E poi interi palazzi abbattuti perché un ipotetico combattente Hamas vi aveva dimenticato un cellulare, bambini polverizzati da droni per capriccio. Il genocidio pianificato passa attraverso una cancellazione totale per cui gli israeliani, dopo aver distrutto e ucciso, ripassano a bruciare macerie, a polverizzare album fotografici, quaderni di scuola... e numeri, numeri continuamente ripetuti: questo attacco ha fatto 10, 20, 300, 500 NAZA. Per ogni numero, un cadavere abbandonato e sbranato dai cani. Untermensch e Ubermensch: la disumanizzazione e l'onnipotenza. Fortunatamente alcuni dei ventiquattro intervistati da Abraham mostrano non soltanto un pentimento individuale e una messa in discussione del sistema che hanno servito ma arrivano a mettere a fuoco l'ethos predatorio costitutivo del progetto coloniale israeliano. "Credo ancora che i nazisti siano il male ma mi chiedo: allora noi cosa siamo?". Perciò è fondamentale che a parlare siano anche i carnefici: come The Act of Killing, NAZA offre uno sguardo verso l'abisso che dice come il ruolo del carnefice e della vittima dipenda dalla posizione e dai rapporti di forza, dalle congiunture storiche. Tocca prendere atto - tragicamente - che le visite ad Auschwitz e Birkenau "per non dimenticare" servono di per sé a poco senza una presa di coscienza individuale e collettiva, uno scarto di dissidenza, una rivolta, una diserzione (questa parola splendida). Bisogna diventare il granello che crasha il meccanismo oppure sparire nella macchina, nell'estasi dell'ingranaggio. Inoltre le vicende degli ultimi anni, da Wikileaks a Edward Snowden e Chelsea Manning, hanno definito la funzione del whistleblowing che non è solo la rivelazione di crimini e abusi di potere ma il suo potenziamento attraverso la testimonianza, attraverso l'atto di forza e coraggio, il sacrificio personale che rafforza e rende meno attaccabile e screditabile il contenuto da parte del potere. Anche per questo, per scardinare la macchina necropolitica israeliana, servono ugualmente le testimonianze sul campo e dalle stanze dei bottoni.
Fin qui l'aspetto che attiene al documentario, al giornalismo, all'attivismo. L'obiettivo è portare al pubblico più ampio possibile la denuncia della mostruosa macchina algoritmica che muove il genocidio del popolo palestinese. NAZA è sold out dappertutto, campione di incassi e ne è stata prolungata la permanenza in sala - poi sarà disponibile gratuitamente in streaming dal sito del Guardian. NAZA ha battuto gli Avengers: impossibile confezionare una formula migliore per la realtà che vince sullo spettacolo, per il margine contro l'impero. È sicuramente un segnale di speranza: se non tutti, molti dimostrano la volontà di togliere le lenti dell'ideologia neoliberale come nel Carpenter chiosato da Zizek. E ancora una volta la gente si è dimostrata migliore del potere e dell'intelligentja. L'enorme successo di NAZA è anche una forma di pressione verso i governi - il nostro per esempio - che si ostinano nella collusione con il regime suprematista e genocida di Tel Aviv. E sì, sicuramente la firma israeliana ha facilitato l'accesso ai canali distributivi e al circuito dei festival come Venezia, dove la giuria avrebbe potuto essere più coraggiosa. Da qui i call out furiosi di molti "influattivisti" (sic). Se è chiaramente sacrosanto e necessario e urgente lavorare per dare la massima visibilità alle voci palestinesi che dicono le cose giuste (non in quanto tali, automaticamente) qual era l'alternativa? Non girare NAZA, contribuire al silenzio, all'omertà e quindi al proseguimento di uno dei più grandi crimini della storia per salvaguardare un'idea astratta di purezza su base etno-identitaria? Solo un cittadino israeliano avrebbe potuto realizzarlo, è una considerazione tecnica. Anche un idiota se ne rende conto guardandolo ma ho forti dubbi che gli autori dei call out abbiano visto il film, a maggior ragione vista l'occorrenza della bizzarra accusa secondo cui "umanizzerebbe Israele"(?). Determinate polemiche qualificano da sole chi le porta avanti, lo scollamento dal mondo e l'ombelicalità. C'è una menzione speciale per le vibranti denunce di questi israeliani che "fanno i soldi da entrambe le parti del genocidio": facciamo i conti in tasca come brianzoli perché chiaramente se vuoi arricchirti la prima strada a cui pensi è il documentario d'inchiesta. Fuori da TikTok e Instagram e X, nel mondo reale il regime guidato da Benjamin Netanyahu ha minacciato di togliere arbitrariamente la cittadinanza a Abraham e Szor mentre le abitazioni delle loro famiglie sono regolarmente circondate e attaccate da ronde di estremisti di destra.
La giuria veneziana avrebbe potuto essere più coraggiosa anche perché il valore di NAZA non è strettamente giornalistico, non si ferma alla denuncia, al whistleblowing o alla divulgazione. Le immagini non sono per definizione mai inerti, possiedono sempre una ontologia e una deontologia. NAZA per vie forse traverse e meno pianificate riesce dove ha fallito Yes, il grande affresco della idiocracy genocidaria che permea ogni ambito della società israeliana. Se le intenzioni di Nadav Lapid, altrove ottimo regista, sono generose e lodevoli, il risultato artistico è piuttosto disastroso perché l'eccesso grottesco, il sopra-le-righe, la macchina da presa cocainica, il Satyricon finisce nella caciara e in una sorta di "Sorrentino guarda Gaza". Invece qui funziona l'approccio opposto, bressoniano in senso lato: le immagini di una Tel Aviv notturna, sinistra, alienante e paranoica, paradossalmente insieme nerissima e abbagliante di luci artificiali, una notte occasionalmente squarciata da droni e missili e abitata da passanti silenziosi e onnipresenti individui solitari dentro appartamenti spogli dove giganteschi schermi tv sintonizzati a ogni ora sui canali all news che vomitano la propaganda oscena di Herzog o Netanyahu. Come in tutti i regimi c'è una Verità ufficiale che esce da ogni buco e non ha nulla a che vedere con la verità e prende toni messianici e intimativi e poi c'è la realtà che deve scavarsi gli anfratti. La messinscena di NAZA è potentissima perché mostra la società che permette e sostiene le azioni dei soldati senza mai sottolinearlo o metterlo in didascalia. Yuval Abraham è costretto ad andare sui tetti di notte per intervistare le sue fonti anonime. C'è una certa ironia nella specularità con gli stratagemmi elaborati dai grandi cineasti iraniani dissidenti come Panahi o Rasoulof per continuare a girare a Teheran (solo in interni, di notte, dentro auto e taxi). Tel Aviv negli ultimi anni è diventata sempre più una sorta di antonomasia di "sede del male" - o, per i sionisti, di avamposto del mondo libero - e ha smarrito nella coscienza collettiva i caratteri di luogo reale. In NAZA riprende connotati fusi inestricabilmente di metropoli reale e entità psicogeografica (Gotham City, Mordor). E anche questo è un bene perché la complessità è un valore, contrariamente a quanto sentiamo ripetere. Ci sono poche divagazioni storiche all'interno del documentario, tutte necessarie e puntuali: da brevi accenni alla Nakba e all'insediamento sopra il deserto e i villaggi percepiamo tutto il peso dei grattacieli e dei palazzi che premono e schiacciano un mondo autoctono pre-esistente di cui si è fatta tabula rasa. Il montaggio di interviste e riprese observational genera un ritmo ipnotico, una city symphony di Tel Aviv come panopticon dove convivono una trasparenza (sorveglianza) totale e una opacità irrisolvibile, dove i grattacieli neri dalle finestre illuminate ricordano i "dark satanic mills" di William Blake e prendono anche un fascino oscuro, un magnetismo malvagio. Sui tetti di Tel Aviv - non a caso è la frase che apre il film - si vede tutto e non si è visti: ci si va per rovesciare il teorema e la prassi dei ruoli della sorveglianza. Il cospiratore si imbosca e può vedere/filmare tutto e tutti compresi, a un certo punto, i militari IDF dentro uno degli svariati quartier generali cittadini; il potere panottico invisibile dietro lo schermo viene svelato, reso riconoscibile (in senso stretto e metaforico). Le immagini, dicevamo, hanno sempre un'ontologia e una deontologia.
Ed è infine dello stato dell'arte del cinema politico che parla NAZA. Il genocidio del popolo palestinese perpetrato per mano israeliana nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, apoteosi di una catena di soprusi, saccheggi e stragi cominciati (almeno) con la Nakba è un crimine contro l'umanità e una delle cause cruciali del nostro tempo tanto per l'orrore, la spietatezza, la pianificazione, i numeri, il volume e l'irreparabilità delle atrocità già commesse quanto per ciò che rappresenta ossia la quintessenza della violenza coloniale e dell'ipocrisia occidentale. Gaza è già la pietra tombale del diritto internazionale e l'esportazione delle tecnologie di manipolazione e sorveglianza e repressione come dello svuotamento dall'interno della democrazia hanno già portato a una "israelizzazione" dell'Europa, dell'America del Sud e ovviamente degli Stati Uniti trumpiani. Come si pone il cinema - né più né meno di ogni forma produttiva di discorso - di fronte alla dinamica storica? Quali le forme, il linguaggio da articolare e quali i modi per diffondere, distribuire? Abbiamo già accennato alla scelta - a mio avviso inappuntabile - di utilizzare ogni megafono disponibile (festival, cinema, streaming eccetera). Tra i produttori esecutivi figura Jonathan Glazer, autore di un film fondamentale come La zona di interesse che parla (anche) di Gaza parlando di Auschwitz. Glazer è stato inoltre uno dei primi a sfidare la cospirazione del silenzio della Hollywood filo-sionista. La questione deontologica centrale de La zona di interesse era appunto trovare il modo, il linguaggio, le immagini per far parlare ancora l'Olocausto nazista, per sottrarlo alla museificazione che serve gli interessi dei nuovi nazisti. Non a caso, in una specie di rappresentazione plastica delle due anime contrastanti dell'ebraismo contemporaneo, Glazer era stato attaccato ferocemente da Laszlo Nemes, autore celebre per l'oleografia ortodossa della Shoah: da due idee opposte di cinema discendevano due antitetiche visioni del mondo (e viceversa). Se possiamo trarre un'indicazione generale da NAZA - come dall'altrettanto sconvolgente La voce di Hind Rajab - è quella della serietà e dell'attenzione nei confronti di immagine e materiali unita all'appello all'urgenza, all'imperativo categorico. Bisogna sapere quali sono le domande da fare così come bisogna sapere dove posizionare la camera e poi lasciar parlare le inquadrature come si lasciano parlare le fonti interne. Diceva Godard che "è ora di smettere di fare film che parlano di politica. È ora di fare film in modo politico". La propaganda israeliana (e statunitense) passa attraverso l'AI slop, il brainrot, il demenziale, il trolling tra Netanyahu in versione rom com e i pappagalli che parlano dal podio dell'ONU. Serve un lavoro di riadattamento perché siamo ancora condizionati da Leni Riefenstahl, le parate, le rune celtiche ma questa è l'attuale estetica del nazismo, il veicolo naturale dell'ideologia dello sterminio nella situazione corrente. Bisogna opporre la realtà, schierarla contro, portare a far vedere che "people get killed in the result of this shipbuilding", come cantavano Costello/Wyatt nella più grande canzone pacifista che ci sia. Le ultime immagini prima dei titoli di coda mostrano l'effetto reale, concreto dei war games e delle catene di comando: l'anno zero, una città infernale di scheletri di edifici e macerie da dove spuntano gambe e braccia maciullate, percorsa come formiche impazzite da soccorritori e figure purgatoriali di uomini che gridano il nome dei propri cari addosso a un soffitto di cemento armato collassato. Saranno un paio di minuti ma anche per questa concentrazione che non lascia tempo e spazio all'assuefazione - esattamente come le ultime, insopportabili immagini "vere" dopo il re-enactment di Hind Rajab - sono infinitamente potenti, sono la riscossa del reale e del suo peso, l'immagine che viene al tempo della resurrezione e travolge la propaganda. C'è uno specifico giornalistico in NAZA come uno specifico filmico: la resistenza passa da entrambi, in misura uguale.

