TRAMA
Un malato terminale di cancro gira un videotape per lasciare una testimonianza al figlio nascituro. Si reca da un guaritore che lo rende conscio del tormento della sua anima, iniziato nell’infanzia.
RECENSIONI
Di fronte alla morte ci s'interroga sulla vita, ripercorrendola nella memoria, concentrati solo su ciò che dell'esistenza ha realmente valore: i legami affettivi, la pace con se stessi e con gli altri. Bruce Joel Rubin, in un esordio registico che dedica alla madre, si muove su di una scrittura (sua) raffinata e mai ricattatoria, coerente con tante sue sceneggiature dove ha accompagnato i personaggi in mondi "paranormali" possibili, con toni da thriller (Brainstorm e Allucinazione Perversa) o sentimentali (Ghost, qui produce Jerry Zucker), credendo nelle componenti "magico/mistiche" dell’esistenza (il cancro come rancore accumulato, il guaritore di Haing S. Ngor, la reincarnazione), ponendosi domande cui rispondere con saggezza orientale (in gioventù, passò un anno e mezzo in Tibet, in India e in un monastero nepalese), con una complessa e commovente trama circolare fatta di paralleli (la vita va e viene, in tempo reale; il circo che apre e chiude il film come sogno avverato). Non è, quindi, il solito melodramma patetico sulla malattia: le lacrime non sono rubate ma prescritte onestamente come una medicina di fiele con effetti taumaturgici, la stessa che emerge come testimonianza su nastro, tutto a specchio di questo sentito omaggio ad una Vita che sa essere anche divertente (l’otto volante), formativa, affettuosa, tenera (il parto). Michael Keaton è perfetto per il ruolo perché ha di suo queste espressioni da burlone con gli occhi tragici, la sua autoironia accresce, anziché diminuire, lo straziante amaro di fondo. Adorabile la prova di Nicole Kidman.

