Commedia, Drammatico, Fantascienza, Sala

MICKEY 17

Titolo OriginaleMickey 17
NazioneU.S.A., U.K.
Anno Produzione2025
Durata139'
Sceneggiatura
Trattodal romanzo di Edward Ashton
Fotografia
Montaggio
Scenografia

TRAMA

In un futuro non troppo lontano la Terra è sovraffollata e in preda a disastri climatici, così un’astronave aliena viene inviata sul pianeta Niflheim per colonizzarlo e dare il via a una nuova era. Il progetto è promosso dal tirannico Kenneth Marshall, politico fallito ed esaltato, dietro il quale sembra celarsi un’organizzazione teocratica e totalitaria.

RECENSIONI

Il Comma 22 di Bong traduce, con modifiche, il romanzo di Edward Ashton (2022) in un’opera fiume con Io narrante e malinconico andamento grottesco per criticare l’essere umano a 360°, soprattutto nell’ottusa superbia e nell’indifferenza al dolore altrui. Mickey è un “sacrificabile”, oggetto di bullismo e soprusi: senza lo spettro della Legge a tutelare i deboli e con l’impunità data dalla Scienza (che evita il decesso ma si chiede: “Com’è morire?”), viene ucciso anche per scherzo, sbaglio, superflui esperimenti o pigrizia burocratica (ogni sua “ristampa” è un atto di violenza normalizzata: persino vivo, può essere gettato in un inceneritore come un rifiuto biologico). A corollario di questa deriva morale, si dispiega un universo di assurdità satiriche: il potere politico proibisce il sesso per evitare lo spreco di calorie in tempi di scarsità alimentare; lo scienziato si clona per concedersi, impunito, alla vocazione da serial killer. A un certo punto, con la simultaneità di Mickey 17 e 18 (ne gioisce la “loro” fidanzata, che sognava il sesso a tre), la vicenda si trasforma in una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde, utile a ribadire che ogni clone possiede un’anima propria e, proprio per questo, teme la morte (l’antico assioma “un corpo, un’anima” si sgretola, lasciando aperta la domanda su cosa significhi davvero “essere vivi”). Il vero Parasite è l’intero genere umano, che abita e sfrutta il corpo di Mickey come un bene di consumo, protetto dal linguaggio asettico delle transazioni economiche: tutto è debito, tutto è contratto. Mickey incarna il tipico sfruttato di Bong, privo di potere e riscatto fra il genere umano: resta solo la speranza in un altrove, un’alleanza con i nativi del pianeta ghiacciato (Snowpiercer + Okja: creature vermiformi a metà tra Dune e Tremors, ideate da Bong e il fido Jang Hee-chul) in un’appassionante parte finale in cui, vivisezionati dall’etnocentrismo umano (per farne, letteralmente, una salsa), gli alieni si uniscono ai Mickey per dimostrare di non essere una forma di vita inferiore, opponendosi a chi, in nome della religione, della razza superiore o dell’ansia di dominio, si arroga il diritto di sterminare intere civiltà.

Sembra oramai chiaro: ci sono due diversi Bong Joon-ho. C’è un Bong Joon-ho ispirato, che inanella una perla dietro l’altra, quando se ne sta in Corea. E allora noi ci godiamo film come Parasite (2019), Madre (2009), The Host (2006), Memories of a Murder (2003), Cane che abbaia non morde (2000). C’è un Bong Joon-ho banale, asciugato, che fa cinema auto(?)indulgente, sommario, dimenticabile, quando frequenta invece Hollywood e dintorni. E allora noi ci sorbiamo Mickey 17 (2025), che sembra in sostanza provare a sintetizzare l’antispecismo di Okja (2017) e la critica al classismo di Snowpiercer (2013), entrambi film a pieno titolo riferiti alla produzione e alla poetica americana del regista. Sembra, in sostanza, che quando Bong attraversa il Pacifico si trasformi in una versione depotenziata di sé, cui manca tutta quella verve grottesca e caustica che usualmente a casa sua invece ne definisce la cifra. Sembra, in sostanza, che il Bong americano sia Mickey 17, represso, contrito, dinoccolato, inetto, mentre quello coreano sia Mickey 18, diretto, aggressivo, testosteronico (in senso, beninteso, piacevolmente filmico). Fra i due cloni, come nel film, non corre buon sangue. Condividono qualcosa, ma alla fine solo uno dei due può sopravvivere. La loro coesistenza definisce un paradosso se non ontologico almeno estetico.
Spiace purtroppo constatare che Mickey 17 confermi questo trend schizofrenico, la cui colpa – tristemente – va tutta in capo a un pubblico americano, e per estensione occidentale, che evidentemente premia il cinema riduzionistico, ripetitivo e accondiscendente. Siamo di nuovo lì, in un minestrone macchiettistico di “satira” anticapitalistica mediata dal topos della colonizzazione del pianeta altro. I più sagaci ci leggeranno l’allegoria del presente musk-trumpiano o trump-muskiano, nello sclerotizzato personaggio di Mark Ruffalo. Altri, acutamente, vi troveranno una profonda riflessione sull’umanità come specie incapace di approcciarsi a qualsiasi risorsa senza cedere all’impulso di violentarla. I più filosofici elucubreranno sulle intense meditazioni che il film propone su temi quali il potere, la morte, il doppelgänger, l’etica e le religioni. Ma il film è chiaro in un certo senso fin dall’inizio: non gli interessa veramente esplorare nessuna di queste questioni.

Il narratore, Mickey 17, descrive in un veloce soliloquio la sua condizione: si è venduto come “sacrificabile” per scappare a una brutta fine per via di un debito con un temibile mafioso; quindi, da ora in poi, il suo lavoro sarà morire per poi rinascere, attraverso una sofisticata stampante 3D, per motivi di ricerca medica e non solo; questa cosa ha scosso una tutta una serie di assiomi bioetici e religiosi, ritenuti prima fondamentali, e bla bla bla. Dice proprio così: e bla bla bla. Insomma, non è questo il punto del film. La qual cosa è accettabile, se non fosse che allora non si coglie quale altro sia, perché ciò che rimane è una sorta di tragicomedia sci-fi, presuntamente grottesca, ove tutto è accennato e abbandonato, dalla love story al political drama. Anche l’immaginario retrofuturistico che colorisce la distopia di Bong non convince poiché fine a se stesso. Sì, ok, è l’idea di un mondo che nell’andare avanti lo fa a passo di gambero, da un punto di vista del progresso umano, ma non ci pare particolarmente innovativa. Abbiamo già visto Brazil (Terry Gilliam 1985), Anno 2000 – La corsa della morte (Paul Bartel 1975), 2022: I sopravvissuti (Richard Fleischer 1973). Il cinema postmoderno tracima di pellicole del genere. Mickey 17 non inventa di fatto davvero niente, né si esibisce in una stimolante combinatoria del già detto. È il contemporaneo nella sua rimasticazione eterna, che pone in essere il problema più generale dei corsi e ricorsi della fantascienza speculativa, qui svuotata della sua originaria capacità di scuotere – con il filtro dell’immaginifico – una serie di certezze fondamentali.
Tutto di Mickey 17 trasuda un ipercitazionismo affettato se non soffocato. A partire da una fonte primaria, forse primigenia, che è il vero e nobile modello filmico del pianeta colonizzato da un’umanità paranazista. No, non Avatar, bensì Startship Troopers. Stesso, identico schema. Stessi, identici temi. Solo che quasi 30 anni fa (era il 1997). E quando non è il film di Verhoeven, autenticamente disruptive, allora è Moon di Duncan Jones (2009), che fuori dagli alti budget di Bong risultava, coi suoi cloni lunari, molto, ma molto più efficace. E quando non è il film di Jones, allora è Non lasciarmi di Mark Romanek (2010), che in maniera indipendente articolava un discorso bioetico commovente sul tema del clone come “sacrificabile”. E quando non è il film di Romanek, allora è Il sosia – The Double di Richard Ayoade (2013), adattamento dell’omonimo racconto di Dostoevskij di eccellente livello (e purtroppo da noi misconosciuto), che indugia in maniera ben più ficcante sul problema fenomenologico-psicanalitico del confronto con il sé che si fa altro. Insomma, per ogni tema distrattamente tirato in ballo dal film di Bong vengono in mente – con una certa facilità, senza nemmeno sforzarci – esempi i quali ci appaiono tutti di ben altro livello e tenore. Mickey 17, al contrario, fin dall’inizio appare più una produzione Netflix, nel senso deteriore del termine, à la Don’t Look Up (Adam McKay 2021). Sì, il film aveva l’ambizione di raccontare il presente come epoca del definitivo asintoto, dell’approssimarsi stolido all’estinzione per nostra stessa causa. Ma chi se lo ricorda più, Don’t Look Up? Ha lasciato il segno? O è velocemente stato derubricato a opera giusta per una pizzata con gli amici, da guardare distrattamente, piuttosto che film per la sala, atteso, girato da un regista anche giustamente blasonato?
Mickey 17 andrà bene, piacerà al grande pubblico, ma purtroppo qui tendiamo a leggerlo come ulteriore segno di un impoverimento generale del cinema mainstream occidentale, sempre più ammiccante e facilone. L’impressione è che servirà soltanto come pietra di paragone in negativo, per parlare del prossimo di Bong, che attendiamo con ansia, sperando che il regista torni a girarlo (ma soprattutto a pensarlo) in madrepatria.

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