TRAMA
La storia della superstar del pop Michael Jackson: dai suoi esordi con i Jackson 5 fino alla pubblicazione del suo terzo disco Bad.
RECENSIONI
Che Michael (Jackson) sia (stato) esempio plastico della nozione di divismo è un fatto pacifico. Basti pensare alla sua capacità di incidere, in maniera incontrovertibile, su una pluralità di campi artistici, dal canto alla musica, dalla danza al videoclip. Inevitabile era dunque che prima o poi ne saltasse fuori un biopic. Ci ha pensato Antoine Fuqua, eterodosso cineasta da sempre a metà fra l’ambizione autoriale e la pulsione tamarra. Il suo Michael è dunque un tentativo coraggioso di conchiudere una vita-carriera enorme e complessa fra le maglie di un film, secondo le modalità di un re-enactment così ombelicale da affidare il ruolo dell’artista al nipote Jaafar (come tradizione jacksoniana: tutto in famiglia). Onore al merito di Fuqua, dunque, per averci provato, anche in seno a una storia produttiva irta di tranelli, tanto da rischiare di trasformarsi – come si dice in gergo – in un “development hell”.
Il risultato è un biopic-tributo, molto musicale, che tuttavia manca di smalto, e anzi presenta più di un problema. Partiamo però da una meta-nozione: abbiamo detto “biopic-tributo”, perché questo è. Michael è fan service allo stato puro. Serve (è stato concepito per) titillare l’amore orfano di milioni di fan sparsi per il globo terracqueo. Jackson era un divo nell’accezione più etimologica possibile, nel senso che era (percepito come) un dio. Nello specifico, un dio-bambino, calato sulla Terra a suon di talenti che il padre Joseph prima e l’industry poi seppero incanalare in maniera efficacissima. Il lutto quasi-ventennale per la sua scomparsa non accenna a spegnersi, e la devozione urbi et orbi dei suoi adepti ne è prova provata. Così non vi è dubbio alcuno che Michael a milioni di persone piacerà, se possiamo permetterci, “acriticamente”. Le considerazioni che proviamo ora a muovere, quindi, non siano additate come blasfeme. Non è con Michael che ce la prenderemo, bensì con Michael, suo epigono filmico.

Ora, i primi grossi problemi stanno nell’economia drammaturgica generale. Per semplificare facciamo una distinzione fra dinamiche intersequenziali (il modo in cui il film è organizzato per scene e sequenze) e scrittura generale (dei personaggi, in primis). Il primo punto è delicato, giacché Michael non è propriamente un musical, né un film drammatico, né ancora un film-concerto. Come Balto, sa soltanto quello che non è. Questa sorta di indecisione di fondo si allarga come una ferita in un film cedevole, specie nell’ultima mezz’ora buona, la quale di fatto è l’intera messa in scena di un concerto del Victory Tour, momento cardine della vita-carriera del Nostro che segnò la cesura netta e pubblica dalla famiglia (e dal grembo paterno, sic) – con populistico annuncio a sorpresa durante un concerto. Sensato, dunque, conferire al momento un certo pathos, ma incapsularlo in un quarto di film ci appare sproporzionato rispetto a una qualsiasi forma di armonia generale del montaggio. Quando poi ci si rende conto che tutto è funzionale al rinvio a un sequel, ché troppe cose mancano, eppure vi si è sapientemente alluso, il sentimento è idiosincratico. Se si è fan si accoglierà la notizia con giubilo (ancora Michael! ‘cchiu Michael per tutti!). Se si è oggettivi, allora invece non si potrà che concludere che biopic cinematografici seriali non se ne vedono molti in giro (e forse c’è un motivo), e che se vuoi arrischiartela in questa maniera il tuo impianto generale deve essere inappuntabile, cosa che, come stiamo vedendo, non è.
Sulla scrittura dei personaggi, altresì, più di un sopracciglio si alza. Se è vero che Michael è un film su Michael, allora partiamo da lì. Non c’è ombra alcuna su questo personaggio. Egli è talento puro, vittima indifesa dell’abuso paterno, e ancora talento puro. Ogni tratto anche più marcatamente psicotico del Nostro – l’infanzia mai del tutto abbandonata, i dialoghi estemporanei con Dio, quasi “alla pari”, i sogni tossici di essere il numero uno – è convertito nella forma di un candore efebico che ammanta Michael. Egli è infallibile. Le sue follie consumistiche sono giustificate. Il suo genio è indiscutibile. La sua socialità inesistente, ridotta a rapporti parasociali con il proprio nucleo familiare, è necessaria. Ecco, allora, vien da dire che in fondo uno potrebbe anche accettarlo, ché è una pretesa stolida chiedere a un film-tributo di criticare il beniamino che intende celebrare, ma anche che la sceneggiatura di John Logan, almeno questa volta, difetta di articolazione.
Il Michael di Michael non affronta mai una crisi autenticamente personale, e dunque il personaggio non si sviluppa. Com’era da bambino rimane da adulto, e nessuna colpa gli si può imputare. Certo, il lettore malizioso potrà trovare qua e là elementi che giustifichino un qualche tipo di costruzione più dubitativa del personaggio, ma è sovrainterpretazione: il film è concepito, dall’inizio alla fine, in termini agiografici. La qual cosa, per paradosso, indebolisce il personaggio, entro i confini di un manicheismo a tratti insopportabile. Pensiamo al padre, Joseph Jackson, attenendoci ancora al film (e senza mai sfociare nella cronaca). Questi è chiaramente il villain, la nemesi, il Grande Altro che incombe sulla vita di Michael tarpandogli le ali, anche con l’uso della forza (fisica e simbolica). E tuttavia fra i due è certamente la figura più complessa, nel perseguire sogni di gloria i quali, pur se ottusi, sono fondamentali per la genesi e il mantenimento dell’impero Jackson, retto su quello che alcune sociologie chiamerebbero “familismo amorale”. Il dato interessante, qui, è proprio nella simmetria dell’inviluppo generale: Michael non cambia di una virgola durante il film, e Joseph nemmeno. Gli altri familiari, poco o per nulla pervenuti. I quattro fratelli restanti dei Jackson 5 sono comparse scarsamente tratteggiate. La madre è una specie di figura ancillare dalla parte del figlio ma inutile per buona parte della sua vita. La sorella La Toya c’è ma è muta. Janet non c’è proprio. Forse, ecco, allora di nuovo siamo di fronte a una parzialità comprensibile ma colpevole, rea di semplificare al limite dell’apoditticità o della tautologia (Michael può perché è Michael) tutto quanto, riducendo a volte il film a pura mostrazione “obbligata” di alcuni passaggi familiari e personali di Michael che invece avrebbero potuto costituire la dorsale polemica di un film comunque orientato a glorificare l’artista di Gary, Indiana. Pensiamo ancora alla chirurgia al naso, cui Fuqua dedica alcuni momenti, senza farne mai un problema esplicito. O all’acquisto compulsivo di “cose”, anche animate (giraffe, scimpanzé, pitoni), come preludio a una Neverland pre-Neverland, la magione dei Jackson a Encino, California. Di nuovo, tutto ridotto ai minimi termini, tanto da farne folklore, cioè lasciapassare morale, orpello indiscutibile che adorna la vita di un eccentrico il quale, “in cambio”, ci avrebbe donato un nuovo modo di interpretare la musica. Ancora, e per finire, l’animo “fanciullino” di Michael, il quale lo spinge a inanellare una serie di disarmanti banalità (“La musica salverà il mondo, io ci credo”), avrebbe potuto essere contestualizzato meglio, rendendo più solida l’inverosimiglianza generale di tali uscite, spiegando con più forza il motivo per cui a Michael questo tipo di atteggiamento – che altrimenti considereremmo beota – è stato concesso, in forza del suo essere, a scelta, un enfant terrible o un idiot savant.
Michael è così un film, purtroppo, scarsetto, se giudicato con quella ostinazione ermeneutica che gli anziani come il sottoscritto continuano a chiamare “spirito critico”. Tutto quanto possiamo cavarne da un punto di vista teorico ha il sapore di una forzatura rispetto alle intenzioni generali dell’opera. Filmicamente non brilla né per regia né per struttura, presentandosi come una cronistoria lineare con tanto di capitoli con le varie date (non esisteva formula migliore?). E pensiamo, ancora e infine, a quello che abbiamo chiamato all’inizio “re-enactment”. Con questo termine intendiamo il rimettere in scena una serie di momenti della vita-carriera del Nostro. E però, buona parte di questi momenti esistono già, mediaticamente, in forma di clip. Su Michael Jackson abbiamo materiale iconografico sterminato. Anche qui, dunque, il senso della rievocazione storica mediante ricostruzione, senza alcun ricorso al found footage, sfugge, soprattutto se si prova ad attribuire a Fuqua e a chi per lui un’ambizione meta-narrativa che dal film non emerge.
Toccherà allora (e con fastidio rispetto all’allungamento del brodo) vedere la seconda parte, quella, immaginiamo, del Michael bianco, che magari farà da contraltare a questo primo capitolo, risollevandolo. E il cielo non voglia però che si tratti di una trilogia. In quel caso, contro ogni proverbiale saggezza, almeno nel nostro caso ci sarà un due senza tre.
La colonna sonora comunque è bella.

