Commedia, Drammatico, Recensione, Sala

MARTY SUPREME

TRAMA

Marty Mauser è un venditore di scarpe con un’irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni ’50 fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria.

RECENSIONI

«La verità è che sto davvero inseguendo la grandezza. So che di solito le persone non parlano così, ma voglio essere uno dei grandi, sono ispirato dai grandi presenti questa sera. Sono ispirato da Daniel Day-Lewis, Marlon Brando e Viola Davis, così come lo sono da Michael Jordan e Michael Phelps, e voglio essere lassù».

Con ogni probabilità, la geniale campagna promozionale che ha accompagnato l’uscita di Marty Supreme comincia involontariamente (?) qui, con le parole di ringraziamento che Timothée Chalamet aveva osato pronunciare dal palco dei SAG Awards a gennaio 2025, dopo la vittoria per la sua interpretazione di Bob Dylan in A Complete Unknown. Le reazioni furono spietate e divertite: l’accostamento tra quello che è uno degli attori più importanti della sua generazione (e proprio per questo, amato e odiato in egual misura) e grandi leggende del cinema e dello sport aveva fatto gridare il popolo del web alla lesa maestà, quasi fosse un disperato tentativo di disinnescare quell’auto-mitizzazione arrogante di cui Chalamet, in questa e altre occasioni, si era fatto portavoce. Il riferimento inevitabile a quel discorso, peraltro esplicitato dallo sfondo dello schermo del computer dell’attore nella finta riunione Zoom caricata sui canali della A24 che ha lanciato la campagna promozionale (paratesto clamoroso, quasi una puntata extra di The Studio), finisce da un lato per ribadire la centralità di Chalamet nell’intera operazione e dall’altro per generare un cortocircuito significativo tra il film e il mondo reale, che in qualche modo non solo sintetizza il senso ultimo di Marty Supreme, ma lo amplifica a dismisura.

Il primo film da solista di Josh Safdie dopo la consacrazione del duo è a conti fatti un’opera in piena continuità con il percorso firmato dai fratelli nel post Heaven Knows What e in particolare con il capolavoro Diamanti grezzi, palesando di fatto quale fosse la personalità dominante nel cinema dei registi newyorkesi. Le frenetiche corse verso il nulla di Howard Ratner nel film del 2019 e di Marty Mauser in questo sono in un certo senso perfettamente sovrapponibili e scandite da quello stile elettrico e da quel ritmo martellante che sono manifestazioni evidenti di un’ossessione che perfino le immagini faticano a contenere. Un’ossessione feticista e narcisista, per un opale o per la grandezza, che come un virus finisce per plasmare la struttura stessa del corpo dei personaggi (ancora in Diamanti Grezzi, la macchina da presa che prima dissolve l’interno del diamante nel retto del protagonista e poi rientra nel corpo attraverso la ferita mortale) trascinandoli in un’estasi fisica, orgasmica («Holy shit I’m gonna cum» dice Howard Ratner alla vista dell’opale). Quelli dei Safdie sono allora personaggi che si muovono come tossicodipendenti in astinenza, figure febbricitanti che scommettono continuamente, esseri egoisti e tormentati che con gli altri individui si scontrano, senza incontrarsi mai. Uomini grotteschi nella loro incrollabile convinzione, nel loro estremismo superomistico, nella loro costante autoassoluzione anche di fronte all’evidenza della loro idiozia e della loro bassezza. In questo, uomini pienamente (e politicamente, ça va sans dire) contemporanei.

Ribaltando di segno il tipico personaggio coeniano (gli idioti non sono più dei perdenti destinati alla sconfitta bensì dei vincenti destinati alla sconfitta), Josh Safdie trova allora il modo di riscrivere le regole del film sportivo costruendo una cavalcata tanto trionfale nei toni (fin dal marketing: la tagline DREAM BIG, insieme al coinvolgimento di personalità dello show business o di astri nascenti dello sport come Victor Wembanyama o Lamine Yamal), quanto chimerica nei risultati. La sfida è tutta qui: Marty Supreme non è un film malinconico, oscuro e in tono minore come è facile osservare in diversi altri esempi nella storia del cinema (anti)sportivo recente (tra i tanti, il meraviglioso Foxcatcher) e neppure quell’operazione sottile e raffinata attraverso la quale spostare lo sguardo - dalle imprese sportive alle fragilità umane - che abbiamo visto pochi mesi fa nel bellissimo e sottovalutato The Smashing Machine del fratello Benny Safdie. Qui la partita si gioca con le stesse regole, la stessa struttura narrativa (sogno - sconfitta - rivincita - vittoria), gli stessi obiettivi, perfino le stesse emozioni. Perché in questa nuova classicità, il sogno americano assume i tratti inquietanti di un individualismo estremo e schizofrenico, in cui il sé, la narrazione del sé e l’esibizione del sé, sono imperativi che vengono prima di qualsiasi altra cosa (e non è un caso che il film, ambientato negli anni ’50, contenga perlopiù musiche degli anni ’80, generando un cortocircuito nel quale vengono evocati gli anni del culto del sé reaganiano, degli hard bodies e delle più celebri icone del film sportivo; quasi a ricercare in quel passato le origini di un sentimento contemporaneo). Una soggettività arrogante e prepotente, che dapprima si convince della sua predestinazione alla grandezza e poi si trasforma in vuota performance, manipolazione spudorata e diabolica, esibizione circense per scopi commerciali. La vittoria infine arriva, ma su un palcoscenico che non vale nulla; tuttavia, la sua credibilità non è mai in discussione, tanto è assorbita in una costruzione mentale che è mera soddisfazione di uno sfrenato egocentrismo. Di nuovo, DREAM BIG: sogna in grande, il più in grande possibile, e pur di arrivare lì in alto, calpesta, truffa, manipola, nega l’evidenza (Marty ad un certo punto si nasconde perfino dietro il trumpiano «non ho perso, mi hanno imbrogliato»; più chiaro di così). Tutto è lecito, perché oggi, in questa misera messa in scena dell'Io, perfino uno stronzo e perdente come Marty può ingannare tutti, in primis se stesso, e godere comunque della narrazione tipicamente destinata alla nascita di un mito.

Ma quale favola dell’uomo comune scelto dal caso per riscattarsi da una condizione di totale anonimato, ma quale sogno americano che garantisce a chiunque la possibilità di arrivare al successo. Partendo dalla granitica certezza che «non esistono seconde possibilità» e collocando simbolicamente il film nel tempo di una gravidanza (dal concepimento alla nascita), Josh Safdie qui sembra aggiornare l’epica del primo Rocky, calato però in una progressione narrativa più affine a Rocky III e con un villain non americano e portatore di valori anche politici che vanno al di là della competizione sportiva di Rocky IV. In quest’ottica l’allenamento, superfluo per chi si sente predestinato alla grandezza, viene sostituito da una folle e burrascosa ricerca di denaro – per i personaggi dei Safdie, schiavi frustrati delle logiche capitaliste, l’aspetto economico è sempre centrale: come in Good Time, come in Diamanti grezzi - che spesso trascina il film in territori totalmente imprevedibili, definiti di volta in volta non tanto da Marty, bensì dai personaggi che gli gravitano attorno. Perché così come è l’avversario, Koto Endō, a collocare la narrazione dentro le coordinate del racconto sportivo (fuori da lui, al di là delle affermazioni da spaccone del protagonista, di sportivo c’è poco o nulla), allo stesso modo la subdola storia di manipolazione con l’attrice Kay Stone (Gwyneth Paltrow) sposta il baricentro verso il finto melò a tinte noir, ed è il malavitoso Ézra Miškin (Abel Ferrara, straordinario) a trascinare il film dentro le logiche del gangster movie. Insomma, la realtà, per Marty, così convinto della sua grandezza, così arrogante da porsi sfacciatamente davanti a chicchessia, così convinto di poter avere il mondo ai suoi piedi, non è affatto governabile o prevedibile. Una chimera, ancora una volta, un inganno. Il sogno di poter essere qualcuno, uno dei grandi, lassù con le leggende, rimane tale, ma l’illusione è completa. Perché in un’epoca in cui l’auto-definizione e l’auto-narrazione diventano il primo e più importante biglietto da visita per muoversi nel mondo, allora chiunque può essere un campione. Che vinca o meno. Everybody wants to rule the world. 

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