TRAMA
Da sei anni in pellegrinaggio, il monaco errante Po-beun incontra un giorno Ji-san (il saggio della montagna), un monaco scomunicato, amante del bere, del cibo e delle donne. La visione poco ortodossa della dottrina buddhista proposta da Ji-san mette in crisi Po-beun: bisogna davvero prima conoscere i piaceri della carne per poi privarsene? La sofferenza terrena fa parte della via al Nirvana quanto l’illuminazione? Che di tutti i monaci Ji-san sia il più prossimo alla santità?
RECENSIONI
Mandala è il film che ha consacrato Im Kwon-taek ad autore di riferimento nel panorama cinematografico coreano. Dopo le pellicole degli anni Sessanta, sfacciatamente improntate al successo commerciale, e quelle degli anni Settanta, problematicamente allineate ai dettami anticomunisti del Generale Park Chung-hee, e soprattutto dopo la Sollevazione di Kwangju del 1980 costata la vita a 200 studenti, Im prende spunto dal romanzo di Kim Song-dong per scolpire un’opera di profondo vigore umanistico ed innegabile potenza visiva. È bene chiarire subito un equivoco che grava sul cinema di Im: la sua poetica, almeno secondo chi scrive, deflagra in tutta la sua intensità solo quando affronta la materia di petto, rinunciando a contorcimenti intellettuali e riflessioni cervellotiche. Quello che traspare dai suoi film è né più né meno che un’equazione estetica: più lo stile di Im si cala in forme cinematografiche dirette, elementari, addirittura brutali più i suoi film colpiscono nel segno; inversamente, più le preoccupazioni di allontanamento cerebrale della materia complicano il disegno narrativo, come avviene in Festival ad esempio, più la sua elaborazione artistica si fa fumosa, incerta, irrisolta. Im è regista dalla forma
cinematografica elementare, molto più a suo agio nella rappresentazione dell’arcaico, del radicato e del tradizionale che nella manipolazione consapevole degli ideologemi e dei progetti concettuali. In questo senso va sgombrato il campo anche da un altro qui pro quo sul suo cinema, quello che lo vede artefice di film di squisita fattura visiva ed eleganza pittorica. Niente di più sbagliato: il tratto più caratterizzante della sua cinematografia è una qualità primordiale dello sguardo che rasenta l’ostinazione e addirittura la rozzezza. Ovviamente questo non è un giudizio di valore, ma soltanto il tentativo di inserire il suo cinema in coordinate estetiche appropriate, facendo piazza pulita del fuorviante pregiudizio estetizzante che aleggia sulla sua figura. Osservato come cineasta preideologico e linguisticamente primitivo si apprezza al contrario l’intensità ruvida del suo stile, la magmatica potenza di uno sguardo che fissa – in entrambi i sensi: osserva con fermezza e registra implacabilmente – la realtà coreana nella sua compattezza. Materia privilegiata di sguardo è dunque il tessuto storico e culturale tradizionale per come si manifesta direttamente nella società contemporanea: in questo senso un film come Mandala rappresenta l’occasione ideale per far deflagrare le tensioni che attraversano la dottrina buddista di fronte alla concretezza del reale. Im non intende architettare un film-saggio sulle sottigliezze filosofiche offerte dal buddismo, ma osservare l’impatto di questa realtà dottrinale sulla contemporaneità, con tutto il carico di urgenza sociale e politica (vitale, in una parola) che l’attualità comporta. Da cineasta elementare qual è Im non può che impostare dicotomicamente il problema: da una parte la fuga dal mondo e il rifugio in una pratica speculativa che ha nell’ascesi e nella mortificazione della carne i suoi picchi drammatici più intensi e lancinanti, dall’altra un’interpretazione eterodossa, mondana, quasi eretica del buddismo che prevede un compromesso con l’ambiguità delle cose e l’imperfezione del reale, in un dialogo sentito, partecipato e dubitoso con gli uomini e le cose. Im, l’umanista Im, non ha dubbi: occorre sporcarsi le mani e scendere a patti col mondo, essere disposti a perdersi, ad errare. E cogliere nelle manifestazioni del reale le tracce di una spiritualità concreta, corporea, tellurica: atteggiamento che si trasferisce evidentemente nel modo in cui Im tratta la materia visiva, attraverso inquadrature che sradicano pezzi di continuum reale nella loro integrità spazio-temporale (campi lunghissimi, long take, squarci paesistici di scontrosa bellezza). Ne deriva un film di pungente fascino visivo e tematico, che ha nella brutalità e nell’elementarità i suoi pregi maggiori, vero e proprio paradigma estetico per penetrare nell’universo poetico di Im Kwon-taek. Insieme al più tardo Aje Aje Bara Aje (1989), film che ripresenta al femminile il dualismo tra ascesi e coinvolgimento nel mondo, compone un dittico sul buddismo.
