Drammatico, Recensione

MALOMBRA

TRAMA

Marina di Malombra potrà uscire dal castello sul Lago di Como dello zio solo dopo essersi sposata. Nella sua stanza fu segregata Cecilia, colpevole di amare la persona sbagliata: le ha lasciato una lettera in cui la avverte che avrà ugual sorte.

RECENSIONI

Il letterato Mario Soldati, datosi al cinema, tenta di bissare il successo del precedente Piccolo Mondo Antico, sempre tratto da Antonio Fogazzaro. “Malombra” (già adattato da Carmine Gallone nel 1917) è il primo romanzo dello scrittore, di un cupo e gotico romanticismo, all’insegna del sinistro, dell’occulto, capace di permeare la sua “femmina folle”, posseduta, impossibilitata a sfuggire al suo destino, di un morboso e languido erotismo (Isa Miranda: bella e fiera, ma per Soldati non adatta al ruolo. Le avrebbe preferito Alida Valli), cui si arrende l’uomo stregato, che ha scelto l’amore insano rispetto a quello puro (l’ungherese Edith). Il regista, acuto nell’affetto e nell’ironia con cui descrive i personaggi minori (dal segretario capitano degli ussari al medico innamorato), trasforma l’opera in un thriller spiritista di genere, pensando poco alla figuratività (numerosi, però, gli esterni al Lago di Como) e adottando una struttura codificata (il prete detective ricorda più Agatha Christie che Fogazzaro), più calligrafica che letterariamente pregnante ma ricca di gusto e tenerezze (il rincontro padre-figlia), drammaturgicamente corposa, permeata da un orrore sensuale, tangibile, con bravi interpreti, fatta la tara di una poco agevole “presa diretta”. Il racconto si fa progressivamente più confuso che ingarbugliato ma sono difetti riconosciuti dallo stesso autore, che la considerava comunque la sua pellicola migliore.

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