TRAMA
Il regista di documentari Alexandre O. Philippe firma un documentario di montaggio sui collegamenti tra Il mago di Oz (1939) e la filmografia di David Lynch. Il documentario, diviso in sei capitoli, raccoglie i contributi verbali di un critico (Amy Nicholson) e di sei cineasti (Rodney Ascher, John Waters, Karyn Kusama, Justin Benson in coppia con Aaron Moorhead, David Lowery).
RECENSIONI
“Ok, this is what I’ve heard and I’ll relay to you: (...) right now, the thorns of negativity are making their last desperate stand. But soon, they’re gonna wither and fall away. They’re gonna rot and disappear. So don’t despair. Great times are coming for the United States and for the whole world family.” D. Lynch, Weather Report, 30/9/2021
“Userò gli occhi del cuore per capire i tuoi segreti” Elio e le storie tese, sigla di Boris
Intervistato sulle frequenti citazioni, a partire dalle tante scarpette rosse, David Lynch - pur così parco di dichiarazioni esplicite - confessò di essere sempre stato letteralmente ossessionato dal Mago di Oz, di non aver passato un singolo giorno della sua vita senza pensarci. Qui potrebbe finire il documentario e qui si potrebbe fermare questa riflessione su Lynch e su Oz. Ma poi il docu-saggio di Alexandre O. Philippe si accende e parte una sarabanda in split screen: Oz e Elephant Man, Oz e Velluto blu, Oz e Mulholland Drive, Oz e Twin Peaks, e poi via, in un vorticoso, centrifugo, danzante supercut: Ombre rosse, E.T., L’ispettore Callaghan, il Superman di Donner, Fight Club, Fa’ la cosa giusta, Anna dei miracoli, Matrix, La montagna sacra, il grande Lebowski, Il cavallo d’acciaio… Perché non solo Lynch ne è ossessionato, bensì tutto il cinema - soprattutto quello americano - sembra aver condiviso questa ossessione per il viaggio di Dorothy. È il cinema del viaggio dell’eroe, come teorizzato dal mitografo Joseph Campbell e poi codificato da Christopher Vogler a uso degli sceneggiatori hollywoodiani, il viaggio in un mondo sconosciuto per riuscire a ritrovare la via di casa, superando incredibili prove di coraggio e incontrando personaggi fantasmagorici, alcuni benevoli, altri ostili, è il viaggio di tanti personaggi dei film di Lynch, il viaggio dello stesso David Lynch come regista, artista, uomo.
In Affabulazione, dramma teatrale di Pasolini del 1966 a metà della rappresentazione appare in scena l’ombra di Sofocle per insegnare al protagonista, il PADRE, che la realtà non è un enigma da risolvere, bensì un mistero che deve essere visto, toccato, sentito, in tutta la sua insostenibile violenza. Con quel senso di stupore che, secondo la definizione classica di Aristotele, dà inizio alla metafisica, ovvero alla ricerca di conoscenza oltre il visibile e il misurabile, oltre la tenda che fa da sipario al mondo del senso comune. È lo stupore dell’infanzia, luogo cruciale dell’incontro di quel terrore e di quella meraviglia, di grida, pianti e risate, che si intrecciano e si fondono lungo tutta l’opera del regista di Missoula.
Il regista svizzero Alexandre O. Philippe, già autore, tra l’altro, di 78/52. Hitchcock e la doccia che ha cambiato il cinema (con le due cifre riferite rispettivamente alle inquadrature e ai tagli di montaggio della famosa scena della doccia in Psyco), è un regista di documentari che fa dell’amore per la storia del cinema il motore propulsivo dei suoi lavori, dove le immagini vengono fatte vivere di vita propria attraverso il disvelamento della loro peculiare potenza espressiva e soprattutto della loro capacità di dialogo. In particolare, in questo appassionato e appassionante docu-saggio dedicato a Lynch e al mondo di Oz, Philippe riesce a coordinare un ricchissimo apparato visivo con una serie di contributi artistici e umani, tutti accomunati da uno sguardo tenero ed elegiaco, quasi un ultimo, commosso saluto, con qualche anticipo sui tempi. Tra questi, spicca per intensità emotiva il capitolo di John Waters (Kindred - Affini), incentrato sulla rievocazione di una lunga amicizia e, al di là delle banali apparenze, di una profonda affinità tematica ed estetica, che meriterebbe veramente un saggio a parte. Più che un saggio di esegesi, dunque, Lynch/Oz è una rassegna genuinamente sentimentale, un invito ad avvicinarsi alla filmografia lynchiana non con lo sguardo indagatore del poliziotto classico, che utilizza competenze e destrezza per svelare enigmi e così riportare gli elementi nella griglia di un ordine codificato, ma piuttosto con l’attitudine dell’agente Dale Cooper, con quel coraggio disarmato proprio di chi è disposto a calarsi interamente nel mistero, o con la semplice intraprendenza della piccola Dorothy, che si fa portare via dal vento verso avventure inaudite e incontri straordinari, partendo da casa con la speranza che ogni impresa e ogni sforzo compiuto siano utili per ritrovare la via di casa.

