Biblico, Recensione

L’ULTIMA SALOMÉ

Titolo OriginaleSalome's Last Dance
NazioneU.K.
Anno Produzione1988
Genere
Durata89’

TRAMA

Mentre Oscar Wilde si assesta, il proprietario del bordello gli ha preparato una messinscena della sua “Salomé”.

RECENSIONI

Ken Russell inscena in un bordello la lussuriosa corte di Erode immaginata da Oscar Wilde, anche per ricordare che il dramma teatrale (trasformato in farsa) fu proibito al pubblico (la prima è del 1892): in un colpo solo parla dell'opera, del suo autore (pubblico e privato) ma anche di se stesso come metteur en scène, trasfigurato nel proprietario del bordello cui lo scrittore riserva qualche tiepido complimento (smentito dalle lacrime) alla fine della rappresentazione. Le tracce di autobiografismo metacinematografico si fanno più esplicite quando s'inventa il personaggio di un fotografo di scena (Russell iniziò la propria carriera nel campo della fotografia) che immortala i passaggi più salienti del racconto, mentre nella finzione Oscar Wilde apre un libro le cui pagine diventano i titoli di testa. La danza dei sette veli (già portata dal regista sul piccolo schermo nel 1970 in The Dance Of The Seven Veils per la serie “Omnibus”) è "scabrosa" perché diventa indice dell'omosessualità di Wilde (nella “spogliazione” è rivelato un pene). Salomè, interpretata dall'androgina Imogen Millais-Scott, è una principessa viziata, maleficamente seducente, una vipera simbolo del peccato protagonista, però, di un amour fou romantico e decadente con l’integerrimo Giovanni Battista che verrà “punito” per il suo continuo predicare contro la vita dissoluta di corte. Erode (un grande Stratford Johns) è un debole, superstizioso amante del divertimento e del bere, del tutto vizioso nel sesso senza frontiere. L'Erodiade di Glenda Jackson è risoluta, autoritaria quanto libertina (il rapporto a tre in una cesta). Come Wilde, Russell ama la provocazione, promuove l'estetismo, l'anticonformismo, la libertà assoluta dell'artista, al di sopra della morale, del buon gusto e dei limiti dati all'eccesso. In questo caso la sua architettura filmica non è molto elaborata nel gioco di paralleli fuori e dentro la messinscena, il set teatrale (come in Il Boy friend) non è sovraccarico, le invenzioni formali non abbondano, ma il piacere dell'iconoclastia è sempre impagabile, come il suo originale uso di un linguaggio moderno, volgar-kitsch e ironico per rappresentare i classici (soldati interpretati da uomini seminudi e donne prosperose; Giudei nani e fornicatori; ambasciatori romani petomani; schiavi sodomizzati; Salomé come Lolita con lecca-lecca).

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