TRAMA
Un insegnante di scuola media, Ryland Grace, si sveglia senza memoria a bordo di un’astronave, a diversi anni luce dalla terra.
RECENSIONI
Adattamento sostanzialmente fedele del romanzo di Weir, Project Hail Mary è un film che si fa ben volere fin dai primi secondi e dal quale si accetta di buon grado di farsi perfino coccolare: non c’è niente di tecnicamente originale o sorprendente (anche perché il possibile plot twist lo svelava già lo sciagurato trailer) ma tutto è talmente azzeccato, riuscito, fluido che viene naturale abbassare le difese e, semplicemente, goderselo. Drew Goddard si conferma autore/sceneggiatore che riesce a coniugare cuore e scaltrezza come pochi altri mentre i registi Phil Lord e Christopher Miller ribadiscono che si può essere (apparentemente) leggeri, diretti e divertenti senza perdere il senso dello spettacolo (anche emotivo/sentimentale) che deve avere certo Cinema.
A conti fatti, forse è proprio questo che stupisce di più: la capacità di mantenere un difficile equilibrio tra più istanze teoricamente centripete che invece finiscono per centrifugare. Può darsi che sia un espediente un po’ facile per un recensore ma mi piace (cercare di) spiegarmi meglio con un esempio pratico: quando Grace si imbatte nell’astronave aliena, non mancano né suspense né grandeur (anche visiva), il design stesso dell’enorme struttura di xeno è “credibile e affascinante” in termini di fantascienza adulta, come si diceva una volta, eppure il film non perde la sua personalità multiforme, la sua cifra metamorfica fatta anche di ironia e leggerezza. In questo contesto, non è infatti usuale né semplice inserire una sequenza quasi slapstick come quella “imitativa” tra le due astronavi che ballettano nello spazio (dal look&feel molto Lego MOVIE, per restare a Lord & Miller) integrandola alla perfezione con tutto il resto, senza perdere in coesione e coerenza.
Un buddy movie spaziale che riesce a essere molte (altre) cose, insomma, con una struttura a flashback-progressivamente-rivelatori niente affatto banale e perfettamente orchestrata (per certi versi ricorda quella di Arrival, ma è ancora più solida ed efficace), siparietti musicali irresistibili [i momenti (video)clip con Harry Styles e Beatles sono furbi fino al ricattatorio quanto narrativamente sensati fino all’irresistibile), un antieroe umanissimo e credibile (Grace/Gosling), personaggi di contorno tratteggiati con la dovuta, ambigua complessità (la Eva Stratt di Sandra Hüller), un alieno che ha la grazia Pixar-iana dei tempi migliori e un grande senso del ritmo e più in generale dell’intrattenimento, perché se è vero che coniugare più esigenze e fondere più mood è già complicato in linea generale, farlo per 156 minuti di fila è quasi eroico.

