TRAMA
Le tribolazioni di Louise Wimmer: cinquantenne, celibe, disoccupata.
RECENSIONI

Opera prima d’estrema acerbità, Louise Wimmer vorrebbe ergersi a crudo e realistico ritratto di una donna perduta: solitudine, disoccupazione, frustrazione. Nonostante le buone intenzioni, che non allontanano il sospetto di aver scientemente giocato di accumulo, adagiandosi con sommo compiacimento sulla teoria di disgrazie inanellate, tra umanismo di facciata e malcelato sadismo, l’esordiente Cyril Mennegun non riesce a dar corpo ad un dolore che resta ancorato ad un contesto e vincolato ad automatismi sociali e culturali. Tutto risulta posticcio, a cominciare dall’inefficace protagonista, ricattatorio (il pianto davanti all’assistente sociale) o sgradevolmente sopra le righe (la ridicola ”esplosione” di follia e di rabbia nel prefinale: Louise danza disperatamente, poi getta via l’autoradio). Difficile lasciarsi coinvolgere da una scrittura così elementare e da uno stile tanto derivativo, che pare attingere a piene mani dai Dardenne più didascalici e dal cinema più a buon mercato di Philippe Lioret.
