TRAMA
Acuto operatore e fotografo di nudi vive in simbiosi con la sua cinepresa e riprende le donne, incuriosito dalla loro paura mentre le uccide. Una ragazza, coinquilina, incuriosita dalla sua persona, prova a conoscerlo meglio.
RECENSIONI
Dopo censure, condanne e grida allo scandalo, è diventato un cult negli anni ma è un capolavoro del cinema a prescindere, padre di molto cinema moderno a venire con, in nuce, tracce che saranno abbracciate dalla nouvelle vague (la metacinematografia), Hitchcock (lo psicopatico, il clima morboso di Psyco), Greenaway (lo studio in diretta della “morte”, vedi Lo Zoo di Venere), Cronenberg (la malsanità, l’attrazione del protagonista per la malformazione del labbro di una donna), Kubrick (Arancia Meccanica) e tutti gli altri autori di thriller/horror “malati”. Powell era in anticipo sui tempi e gli è stato riconosciuto solo in seguito, con il restauro della pellicola nel 1979 dopo che sparì dalla circolazione per vent’anni: “Peeping Tom” (“guardone”, dalla leggenda per cui tale Tom non abbassò lo sguardo sulla signora nuda sul cavallo) può sembrare un’opera inusuale nella sua filmografia, per quanto sia sempre stato alla ricerca di soggetti inconsueti, a volte ‘scabrosi’ (Narciso Nero) o, comunque, pervasi di pungente ironia (qui la gag del vecchio sporcaccione che chiede all’edicolante fotografie erotiche). Se l’imprinting appartiene allo sceneggiatore Leo Marks, i pezzi di puro cinema che rappresenta se stesso, fra soggettive e metafore che portano sempre a riflettere sul linguaggio, sono tutti suoi. L’apologo sul voyeurismo da scopofilia con la sua macchina da presa diventa un’acuta e brillante riflessione sul mezzo, anche perché il protagonista (Carl Boehm, figlio del noto direttore d’orchestra) aspira a diventare regista e vive in patologica simbiosi con la cinepresa. La scopofilia riguarda la patologia nata da un’infanzia traumatica con padre sadico e biologo divorato da medesima fissazione: il timido e solitario protagonista è ossessionato dai volti impauriti delle donne che riesce ad avvicinare grazie alla posizione di potere della ripresa (l’allegoria è chiara nel momento in cui, durante il colloquio con la polizia, il rapporto di sudditanza cambia con la macchina da presa che passa in mano al sergente). La meta-cinematografia, invece, racconta di un cinema malsano che logora, che trasforma il soggetto/oggetto in morboso divoratore di immagini: anche il regista uccide chi viene filmato, ignorato una volta che è stato impresso su pellicola (“Tutto quello che riprendo per me è perduto”). Si prende alla lettera, anche, il doppio significato di “shoot” sparare/riprendere, fino a usare il cavalletto come corpo contundente. Sul piano simbolico, però, le suggestioni e i rimandi sono infiniti: il fatto che proprio una donna cieca riesca a “inquadrare” l’assassino delle immagini; le immagini che mettono a nudo chi viene ripreso e il loro autore; l’impulso a riprendere/uccidere come quello erotico, a volte insopprimibile; la cinepresa come prolunga fallica simbolo di impotenza; la riflessione sulla paura della morte, innescata dal trucco dello specchio montato sulla cinepresa, che riflette i volti delle moriture. Poi c’è il test finale di Powell sullo spettatore cinefilo (e malato) che, probabilmente, è convinto che il protagonista abbia portato a termine il suo capolavoro con un atto tragico: se si ha l’impulso di raccogliere il materiale che ha girato e montarlo, il test è fallito. Film crudo, anticonvenzionale, con un inquietante commento sonoro per pianoforte.

