TRAMA
Aleksej ha una misteriosa malattia che lo costringe a letto. S’abbandona ai ricordi d’infanzia.
RECENSIONI
Il regista confonde volutamente i propri ricordi infantili, concentrati soprattutto sulla figura materna, con attimi del presente (la moglie che ha lo stesso volto della madre, il figlio che diventa un sé bambino, lui e il padre, lui “è” il padre: questo è “lo specchio”), documentari su passati avvenimenti autobiografici, in un lirico e cerebrale, ermetico piano in cui si sovrappongono e difficilmente si discernono dimensioni temporali, allegorie, episodi inconsueti (alcuni magnifici), tutti accompagnati (anche) da versi poetici, sprazzi di bianco e nero nel colore e viceversa. Tarkovskij tenta un bilancio (bergmaniano?) del tutto, di tutto, e compone la sua opera più inarrivabile, in tutti i sensi, raggiungendo vette d’Arte impensabili (di contenuto, di sequenze, immagini pittoriche). Nel suo DNA autorale, a volte, espone prima con la Mente che con il Cuore, come fosse un derivato, rischiando di trovare freddezza intellettuale in un campo che dovrebbe essere popolato (anche) di emozioni. Quale opera “mentale”, comunque, è un capolavoro e, di riflesso, gli spunti che offre per evocare i sentimenti sono suadenti. Non vuole nemmeno essere un’opera compiuta sull’argomento ma una “lettura” tangente, con pensieri “vaganti” indimenticabili, fra flussi di autocoscienza e allucinazioni.

