Commedia, Recensione

L’ESPLOSIVO PIANO DI BAZIL

Titolo OriginaleMicmacs à tire-larigot
NazioneFrancia
Anno Produzione2009
Genere
Durata105'
Fotografia
Scenografia

TRAMA

La vita di Bazil è stata devastata dalle armi: è tempo di restituire il favore.

RECENSIONI

Intrighi a gogò (come recita il titolo originale, che la versione doppiata riesce, comme d'habitude, a svilire e banalizzare) per Jeunet, che con questa nuova pellicola rompe un silenzio lungo un lustro (da Una lunga domenica di passioni) e si conferma superbo inventore di(/del) cinema. Micmacs à tire-larigot è un congegno perfettamente oliato, basato su un collaudato mix di trovate visive (il prologo, semplicemente sontuoso, degno di un film muto per compattezza e densità espressiva), citazioni cinefile (l'universo noir, ma anche Tati e Freaks), umorismo acido (senza esagerare: si tratta pur sempre di una favola), il tutto condito da una consapevolezza metacinematografica che, scorrendo sottotraccia in tutto il film, esplode nel prefinale, in una sorta di ricreazione (auto)celebrativa del processo di realizzazione del film. Tutto bene, anzi benissimo, non fosse che L'esplosivo piano di Bazil è tale solo sulla carta. Il risultato cinematografico è di una piattezza desolante, eguagliata solo dalla brillantezza dell'effetto visivo e dall'entusiasmo evidente di un cast più che azzeccato (spicca il solito, irresistibile Dussollier). Ammirato il perfetto funzionamento del giocattolo, si sentono le giunture che scricchiolano con preoccupante frequenza: i personaggi, monodimensionali e fumettistici (non che sia un problema, anzi), si sovrappongono l'uno all'altro nel tentativo (fallito) di colmare e rendere 'interessanti' le pause fra i numeri 'd'azione'; la sofisticata impalcatura visiva maschera (neanche poi tanto) una struttura narrativa elementare, per non dire rinunciataria e di facile consumo (non manca l'immancabile - appunto - storia d'amore con i crampi), a sancire come i limiti della stravaganza debbano necessariamente (?) essere quelli della leggibilità immediata; la necessità (avvertita quasi come un imperativo) di colmare di gag ogni singola sequenza impedisce alle situazioni di svilupparsi a dovere, finendo per immiserirle nei limiti angusti dello sketch (penso, ancora, alla liaison fra Bazil e la contorsionista, o all'ossessione di Remington per le locuzioni desuete), trovando solo occasionalmente un equilibrio fra rapidità di esposizione e altezza di risultato (oltre al già citato prologo, le scene che dipingono l''impossibile' serenità domestica dei perfidi costruttori di armi). Un film troppo calcolato, troppo prudente, troppo 'esatto' per essere qualcosa di più che un giochino ammiccante e godibilissimo.

Jean-Pierre Jeunet torna alle origini, alla fotografia ruggine dorata e a Delicatessen, abbandonando la cieca fede nell’amore delle Amélie ma non i loro favolosi mondi paralleli, popolati di bizzarri oggetti meccanici, buffe caricature umane, outsider per qualcuno ma sovrani nei loro regni sotterranei, artisti circensi e sognatori che salveranno il mondo e lo bacchetteranno. Conquistano da subito i suoi modi cartooneschi e favolistici, spesso da comica muta (musica per pianoforte e Dany Boon che fa il mimo), l’amato décor che scaturisce da immagini ingiallite nel cassetto e profilmici decadenti di inizio secolo (ma il racconto è contemporaneo), l’ironia sottotono, i grandangoli deformanti e bizzarrie figurative varie, compresa un’animazione alla Terry Gilliam. Dopo un po’, però, il racconto si tarpa le ali in uno schematico colpo grosso con Stangata, in un semplicistico j’accuse antimilitarista e in un elenco di situazioni grottesche, dove le idee bizzarre, all’inizio copiose, scemano progressivamente. La tenuta generale resiste comunque e sollazza con un protagonista cinefilo, presentato mentre mima i dialoghi di Il Grande Sonno (con colonna sonora di Max Steiner) e in commiato quando dirige una vera e propria messinscena ai danni dei cattivi, culminante nella ricostruzione, con tanto di rumoristi, del Maghreb in cortile (Jeunet prima mostra il “girato”, poi ne svela i trucchi). Meno felice la sottotraccia di schermaglie amorose con la contorsionista. Geniali le sculture di Gilbert Peyre, con materiale riciclabile, giocattoli, bambole, ”ballerine” e comò moventi.

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