Recensione, Storico

LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

NazioneItalia
Anno Produzione1962
Genere
Durata123’

TRAMA

1942, Napoli: proclamato l’armistizio con gli americani, s’intensifica la crudeltà tedesca contro la popolazione. Ma la città insorge.

RECENSIONI

Già nel precedente Un giorno da Leoni (sempre tratto da un fatto di cronaca, con lo stesso leitmotiv della presa di coscienza), Nanni Loy aveva adottato il dramma storico per farne specchio del costume italiano superando la commedia: questo è uno dei suoi capi d’opera, che si riallaccia al neorealismo di Roma Città Aperta pur mantenendo quel substrato di caratterizzazioni buffe e popolaresche che segnano tutto il suo cinema. Se il bozzettismo rischia la nota qualunquista e l’ammiccamento, d’altro canto rende omaggio a una città intera, alla “napoletanità” connotata da generosità e cialtroneria, da pantomima tragica con vociare e sentimento passionale: l’ironia, quindi, completa il quadro di una cultura dove dolore e allegria vivono calcate e in simbiosi. I napoletani sopportano tutto, tranne le minacce alla famiglia: la retorica buonista non manca quando l’eroismo, doverosamente elogiato, è stampato su figure di bontà e coscienza pulita mentre il nemico è schizzato mostruosamente, rimanendo senza volto. In ogni caso l’opera, Nastro d’Argento per la regia, resta impressa per altro, per la pressoché perfetta struttura corale, con puntigliosa e colossale ricostruzione storica, per il trasporto con cui la popolazione co-regista ha partecipato alle riprese, ricreando quell’atmosfera di tensione (le strade deserte), di terrore, di rabbia, di esaltazione con i moti di massa. Grande cinema in “grande” (splendidi campi lunghi e totali), che rende memorabile un brano di Storia del nostro paese. Il film è anche secco nel suo cronachismo, lasciando l’umorismo in brevi parentesi della coralità di intenti; è avvincente (la guerriglia urbana e le barricate) perché ritrae una guerra “giusta”, figlia della dignità degli ultimi, opera della gente comune per cui tutto il cinema di Loy si batte: i brani che rimangono nel cuore sono, infatti, quelli dei Davide contro Golia, dei mobili gettati sulla testa dei tedeschi, del direttore del carcere minorile che combatte spalla a spalla con i suoi “ospiti”, del bambino dodicenne, incosciente e martire. Per impostazione, pathos e impegno, ha aperto le porte a La Battaglia di Algeri.

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