TRAMA
Quello che tutti cercano è una chiave USB lasciata in eredità dal marito a una donna ingenua; per ottenerla tentano di accattivarsi la sua simpatia iscrivendosi, chi prima, chi dopo, a lezione di canto con lei. Eppure proprio il canto sbloccherà irrequietudini fino ad allora represse.
RECENSIONI
La rivolta dei personaggi
Ci vuole un po’ di tempo per lasciarsi conquistare dal Plaisir de chanter, ma quando si è entrati nel ritmo, quando cioè l’assurdo non è più tale perché eletto a principio ordinatore del mondo e delle cose, non si può che ammirare la sottigliezza del lavoro di Duran Cohen che irride tutti i generi cui si riferisce e dà vita a un prodotto autonomo e denso di umanità.
I generi, appunto: la struttura narrativa è modulata in apparenza sulle forme del giallo, agitata com’è da una tensione tutta proiettata sul finale; eppure su di essa a ogni passo agisce un freno, e lo percepiamo nelle lentezze, nei dialoghi privi di senso, nelle pause dall’indagine che i protagonisti rivendicano intrattenendosi l’un l’altro: tutti elementi, questi, che vanno a costituire nella storia una forza interna ad essa che le si contrappone, quella dei personaggi. Nessuno di loro pare davvero interessarsi alla vicenda; tutti, piuttosto, manifestano il disagio nei confronti del ruolo che gli è stato assegnato e non perdono occasione per contraddire le funzioni narratologiche che rappresentano (gli innamoramenti incrociati sono l‘esempio più esplicito di questo “andare contro” la vicenda); sembra quasi che ci sia una sorta di autoconsapevolezza, che i personaggi giochino con la materia narrativa di cui sono fatti, imponendosi su di essa. Il racconto diventa così una gara a mostrarsi e a rubare la scena a quella che dovrebbe essere la protagonista e che invece è ridotta a ruolo di mero contesto ambientale: la ricerca della misteriosa chiave USB che contiene segreti per i quali tutti (in teoria) dovrebbero battersi, ma che, in realtà, non interessano a nessuno. Conquistano il centro della scena, allora, le singole individualità dei protagonisti e il senso di distacco personaggio/narrazione, nodo strutturale del film, sotto la patina comico-grottesca nasconde quello più ampio tra uomo e realtà che i Nostri portano con sé, dominati da un feroce senso di solitudine che solo il plaisir de chanter (e il debito nei confronti del Resnais di Parole, parole, parole è più che evidente) riesce a sciogliere, regalando loro quei pochi attimi nei quali sembrano realizzarsi. Il vero finale non riguarda, allora, la sorte della famigerata chiave, ma piuttosto proprio quella del plaisir de chanter che, riadattato in un contesto più consono che non le rigide lezioni di canto lirico, potrà finalmente sfogarsi in piena libertà.
