TRAMA
Martine, lasciata dal proprio ragazzo, perde la testa e viene ricoverata in una clinica psichiatrica.
RECENSIONI

L'amour fou letteralmente inteso: Laurence Ferreira Barbosa, esordiente, rinnova l'attrazione del cinema francese per le protagoniste femminili eccentriche, ai margini, imprevedibili, sfuggenti. Mentre la macchina da presa si concentra sul lavoro degli interpreti, la sceneggiatura, cui ha collaborato anche il regista franco-algerino Cedric Kahn, entra in una clinica psichiatrica per sondare la "malattia d'amore", i meccanismi inconsci della mente e i comportamenti masochisti degli esseri umani negli affari di cuore. È lampante (ma non meno coinvolgente) che Martine tenti di aiutare gli altri malati per aiutare se stessa, proiettando su di loro la propria "terapia" verso la guarigione: se la pazzia e l'amnesia sono un comodo riparo dal dolore della vita, un modo anche esibizionistico per non sentirsi banali dopo che qualcuno o qualcosa ci ha spezzato il cuore ingigantendo le nostre insicurezze, la mente, in alcuni casi, mette in atto anche una strategia inconscia per ricomporre un'idea/ideale andato in pezzi, per dare una spiegazione razionale all'impossibilità d'amare nel mare della non-comunicazione, dell'affetto non corrisposto. Il sorriso con le lacrime di serena rassegnazione a cui assistiamo nella scena del taxi e la chiusura in se stessa (nel proprio appartamento) di Martine nel finale, ci raccontano di un circolo insanabile di fughe dalla relazione interpersonale e affettiva, che ha senso per il solo fatto di essere inevitabile.

