Drammatico, Sala

LE COSE NON DETTE

NazioneItalia
Anno Produzione2026
Durata114'
Trattodal romanzo Siracusa di Delia Ephron
Fotografia

TRAMA

Carlo ed Elisa cercano di salvare il loro matrimonio con un viaggio a Tangeri in compagnia di una coppia di amici e della loro figlia. Tra paesaggi esotici e l’arrivo della misteriosa Blu, emergono segreti taciuti e tradimenti che mettono a nudo la fragilità dei loro legami.

RECENSIONI

Facciamo un punto. Chiusa la parentesi americana - croce e delizia - Muccino torna in Italia con una sintesi (imperfetta) tra le due anime che attraversano il suo cinema: l’impronta più intimista e autoriale del versante italiano e l’apertura a un immaginario e a una struttura narrativa più vicina al mercato internazionale (L’estate addosso, 2016). È un passaggio necessario che prelude a un dittico in cui, riappropriandosi completamente del suo mondo, il regista ritrova anche il suo pubblico. In A casa tutti bene (2018) aggiorna la radiografia spietata e senza moralismi della precarietà emotiva contemporanea: è un dramma corale huis clos dove l'isolamento forzato diventa trappola esistenziale in cui vengono messe a nudo ipocrisie e fallimenti di ogni generazione. Segue Gli anni più belli, sorta di titolo summa che, partendo dalla gioventù e arrivando all’età adulta, ribadendo la prospettiva borghese, narra una nuova storia collettiva fatta di urgenze emotive, legami in frizione e tensioni esistenziali, misurandosi apertamente con la tradizione del cinema italiano, omaggiandola e forzandone i limiti.
Sono due film a loro modo definitivi, perché sintetizzano mirabilmente tutto il discorso precedente, aggiornandolo, definendolo, perfezionandolo. Da quel momento Muccino, come se si fosse reso conto di aver raggiunto un traguardo, molla momentaneamente il cinema per darsi al serial. Lo fa rielaborando e ampliando lo spettro dello schema chiuso di A casa tutti bene, approfondendo il discorso della trasmissione generazionale della colpa (e del potere), in un racconto dove passato e presente si riflettono e si contaminano. E per dimostrare il suo teorema (la rovina affettiva più che un evento è un’eredità) si sporca le mani di nero e sconfina nel crime. È un esperimento riuscito, un esempio di serialità italiana di prestigio, una sorta di lungo film (tutti gli episodi delle due stagioni sono diretti dal regista) in cui le costanti del suo cinema trovano uno spazio e un respiro inediti.
A seguire c’è il ritorno al cinema con Fino alla fine, primo vero insuccesso italiano: il suo pubblico forse lo legge come puro film di genere, non riconoscendo - tra le maglie esplicite del thriller - una costante della sua opera, la consapevolezza della protagonista di sprecare la vita, collegata alla conseguente urgenza di farle cambiare rotta. 

È con queste premesse che giungiamo a Le cose non dette che delle concessioni al genere dell’ultimo periodo si nutre, pur sublimandole in un nuovo racconto corale sulla fragilità umana e il potere tossico del silenzio (il titolo), in cui Carlo (Stefano Accorsi) è un intellettuale che, pur sapendo decodificare il mondo, resta paralizzato di fronte ai propri limiti, dimostrando come la teoria di cui si fa assertore (è professore di filosofia) crolli miseramente quando deve fare i conti con i suoi istinti e le sue debolezze. È un nuovo scenario di nevrosi borghesi, in cui due figure - Vittoria, una bambina, e Blu, la giovane allieva, amante del protagonista - agiscono da detonatori emotivi stravolgendo il teatrino ipocrita degli adulti e trasformando il viaggio a Tangeri delle due coppie di amici nell’autopsia delle loro certezze (e non solo di quelle…). 
Il film è tratto dal romanzo Siracusa di Delia Ephron nel quale i quattro protagonisti si alternano come voci narranti, offrendo versioni soggettive - e talvolta contrastanti - degli eventi, un racconto in cui la verità non è mai univoca, ma si frammenta nelle percezioni parziali e nei punti di vista divergenti dei personaggi. Muccino mutua a suo modo questa struttura multiprospettica, giocando soprattutto sulla frammentazione temporale e sul modello dell’interrogatorio alternato che scandisce dall’inizio la narrazione. Peccato che la prima parte del film - che mette in campo i protagonisti e ne chiarifica ruoli e dinamiche -  sia eccessivamente interlocutoria e dimostrativa nel suo intento di rendere leggibili le tensioni. Che troveranno compimento nella seconda parte - molto più compatta e ben orchestrata sul filo del thriller e del noir - che confluisce nella madre di tutte le cose non dette: quel finale opaco che sceglie l’ambiguità e lascia lo spettatore in un territorio morale e narrativo incerto.
Con Le cose non dette, dunque, Muccino coniuga il suo consueto discorso di tensione emotiva di protagonisti stressati e logorati dalla vita, con quel thrilling praticato apertamente nel film precedente, facendo delle dinamiche psicologiche e dei fiammeggianti stati d'animo dei personaggi azione e suspense esplicite.
Il tutto calato nel consueto turbine emotivo: ansiogeno, concitato, attraversato da urla, slanci, affanni e impennate adrenaliniche, e inquadrato in una messinscena febbrile e instabile, tutta corpo e voce. Lo ribadisco in questa sede, posta la oramai logora obiezione automatica: è assurdo lamentarsi degli eccessi espressionistici del cinema del romano, è assurdo lamentarsi di una cifra, del segno di riconoscimento di un autore che, tra i pochi in Italia, ha fatto dell’interpretazione attoriale un elemento personale e riconoscibile del proprio stile. Come ho già scritto altrove, nessuno si è mai indignato per l’isteria visionaria di Zulawski o per l’esuberanza sopra le righe dei primi Almodóvar, nessuno ha mai preteso da loro realismo o misura: Muccino fa esplodere i conflitti emotivi dei suoi personaggi, li libera, come si liberano dei demoni, allo scopo di rincorrerli con la macchina da presa.
E in questo film, quasi a risalire all’origine stessa delle nevrosi adulte, finisce col mettere al centro del discorso una bambina, Vittoria, ancora libera dalle sovrastrutture finzionali dei grandi. È lei che - agendo in modo puro, istintivo, pre-morale - rompe gli equilibri e fa esplodere il racconto. Ed è la grande invenzione di Le cose non dette: una figura infantile ritratta - come fa sempre Muccino con gli adulti - senza idealizzazione né giudizio, ma con una naturalezza impudica e una libertà di sguardo che spiazza.

Spietati - Recensioni e Novità sui Film