Commedia, Recensione, Sala

LE CITTÀ DI PIANURA

TRAMA

Carlobianchi e Doriano sono due cinquantenni buontemponi e avvinazzati che vogliono raggiungere l’aeroporto per il ritorno dall’Argentina in Veneto dell’amico Genio. Lungo il percorso raccattano un triste studente napoletano e lo rendono complice delle loro avventure.

RECENSIONI

Si è gettati in un altro mondo, così raro al cinema e inedito per i modi del bellunese Sossai, al secondo lungometraggio dopo Altri Cannibali (premiato come miglior opera prima al PÖFF 2021): regionalismo e folklorismo non dialogano con il particolarismo ma sono vestigia, sorprendenti e immaginifiche, con cui presentare l’on-the-road dei Lebowski dediti a Un altro Giro. La differenza la fa lo sguardo dell’autore che, da subito, scandaglia volti, luoghi e paesaggi kaurismakiani e, anziché adagiarsi nei cliché macchiettistici del cinema romano, riesce al contempo ad essere divertente e ponderante (la crisi del 2008, la teoria dell’utile marginale), inquadrato e sperimentale, fancazzista (il tormentone del segreto perduto fra i fumi dell’alcol) e malinconico (gli anni Novanta…), guardando ai classici della commedia all’italiana e non ai parti degli ultimi cinquant’anni. Fa subito familiarizzare con il paesaggio del volto dei due protagonisti in primissimo piano, con i loro modi da bevitori seriali, sempre in cerca dell’ultimo bicchiere, capaci di seminare la polizia per non farsi sospendere la patente (con modalità ‘stealth’). Due Vitelloni consapevoli e convinti, da cui una serie di freddure (“Perché non smetti di fumare?” “Perché non ho mai cominciato”; “Siamo troppo vecchi per crescere”; “Non sappiamo un cazzo ma sappiamo tutto”), due furfanti anche appassionati (il bacio gay) e premurosi, nel momento in cui “sequestrano” un timido studente di Architettura (ramo non casuale per le digressioni sulla Tomba di Bias e per gli insistiti sguardi sugli edifici) per farlo uscire fuori (in tutti i sensi), proattivi per le sue esperienze sessuali e amorose. Colpisce la generosità di uno stile che si prodiga per mostrare cinematograficamente (quasi) ogni singolo evento raccontato/ricordato dai personaggi (squarci dell’amico in Argentina, la sortita giovanile in un bordello austriaco, il Caliera Trophy), che “osa” con preziosismi figurativi (l’inizio irrorato di rosso: è un semaforo), narrativi (il prologo, con la voce non udita per l’elicottero, si specchia nel finale, con la voce non udita per il rumore del treno), simbolismi (il giovane studente s’immagina al posto di Genio e lo interpreta nei flashback) e modi sperimentali (il carrello laterale in soggettiva sugli edifici con tappeto sonoro assordante). Oltre al racconto di peripezie e zingarate (il conte e la villa…), poi, attraversa tutta l’opera l’intento di restituire la natura di queste città di pianura, “inutili” secondo un dipinto della scuola del Veronese (unisce colline e paesaggio lagunare dimenticandole) e secondo l’odierna urbanistica, che vuole un’autostrada in mezzo al giardino cinquecentesco.

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