Avventura, Recensione

LE AVVENTURE DI ROBINSON CRUSOE (1954)

Titolo OriginaleRobinson Crusoe
NazioneMessico
Anno Produzione1952
Genere
Durata89’
VOTO7

TRAMA

Naufrago su di un’isola deserta, Robinson Crusoe impara a cavarsela ma soffre la solitudine, finché arriva Venerdì.

RECENSIONI

Non è il Bunuel spagnolo surrealista, libero e iconoclasta: esule in Mesico doveva anche lui, come Robinson Crusoe, sopravvivere e, agli inizi, s’è dedicato a opere di maggior richiamo. In questo caso, traspone fedelmente il romanzo di Daniel Defoe ma con quelle minime variazioni, quegli inserimenti tanto ‘alieni’ quanto poco calcati che fanno la differenza. Per Bunuel, infatti, Robinson Crusoe è il modello perfetto del borghese medio, individualista e intraprendente, religioso, colonialista, superbo: inietta ovunque un sottile sarcasmo per deformare questi elementi e criticarli. Ad esempio, fa fare al protagonista un sogno in cui appare il padre, ridicolo e pieno di sé, orgoglioso della sua invidiabile posizione da “stato medio”. Non meno ferocia c’è nella rappresentazione dei modi schiavistici e paternalistici con cui Crusoe tratta Venerdì (la battuta “Che bello avere un servo!”) o nelle domande di quest’ultimo su dio e il diavolo che mettono in crisi la lezione di religione quotidiana perché il padrone non sa cosa rispondere. Non mancano l’uso del tabù sessuale (quando Venerdì si veste da donna Crusoe, turbato, lo sgrida), le crudezze (dar da mangiare insetti agli insetti, vedere carni dilaniate dagli antropofagi e, come in La Regola del Gioco, viene mostrato un uccello nel momento in cui è colpito dalla polvere da sparo) e un tema di fondo che ritornerà nella sua filmografia (la solitudine). Come trasformare un raccontare apparentemente di mestiere, con tanto di convenzionale Io narrante, in opera autorale, per altro sorretta da un technicolor strabiliante (è il suo primo film a colori).

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