TRAMA
Shandurai è fuggita dal paese africano dove i militari hanno arrestato il marito: studia Medicina ed è a servizio nella villa romana di un pianista innamorato di lei. Quando quest’ultimo le promette che farebbe qualunque cosa per il suo amore, Shandurai, disperata, gli urla che vorrebbe vedere suo marito libero.
RECENSIONI
Piccolo film (meno pensato in grande, più “libero”) di Bertolucci che adatta, per la prima volta ufficialmente impegnato in fase di sceneggiatura, un racconto dell’inglese James Lasdun, e i modi narrativi leggiadri (ha preso a modello Il Piacere di Max Ophüls) diventano preminenti rispetto al testo (i dialoghi) e alle direttrici della trama. Dopo un prologo africano tragico, parte l’assedio del pianista alla domestica Shandurai e l’amore del primo appare, agli occhi della seconda (e allo spettatore), folle, sconsiderato, parto di un solitario (al suo concerto ci sono solo i suoi allievi). Poi inizia l’intrigo, ovvero lo strano comportamento del musicista che non si fa più avanti, anche se è facile intuire (data la “semplicità” del racconto) cosa stia tramando. Il cinema di Bertolucci fa la differenza: si prenda, ad esempio, la messinscena del sogno erotico di Shandurai, fondamentale per comprendere il gesto successivo/finale in sé inverosimile, coerente invece con l’alibi dell’inconscio in azione. Danno personalità all’opera anche il tessuto connettivo del cantastorie africano John C. Ojwang, il modo in cui è restituita l’incomunicabilità fra i due protagonisti (lei non osa chiedere perché stia svuotando la casa; lui non vanta, nemmeno davanti all’evidenza, ciò che ha fatto), i giochi di sguardi e voyeuristici, i momenti di gioia o profonda tristezza legati a piccoli eventi, l’utilizzo di una macchina da presa a mano convulsa (soprattutto all’inizio, con un Bertolucci entusiasta delle nuove tecniche digitali) che libera gli spazi della villa con carrelli laterali e plongée, i montaggi paralleli fra le attività domestiche dell’una e le composizioni al piano dell’altro (che, senza bisogno di dirlo, sono per lei). Peccato per la chiusura “off”: per una volta, l’ambiguità non era necessaria, dato che il racconto, esile in sé e per niente tragico o morboso (Ultimo Tango a Parigi non c’entra, se non come suo contrario: più giocato sulla parola quello, comunicato con musica e sguardi questo), aveva bisogno di un finale deciso, come quello dei due amanti paralizzati nel letto mentre suonano al campanello. Sarebbe stato sorprendente, foriero di riflessioni, evidenza conclusiva di una storia d’amore peculiare, costruita come assedio al cuore con dinamiche che ripagano, per un Cuore in Inverno alla Bertolucci, cioè nouvelle vague, jazz, dissonante, narrativamente iconoclasta, legato più al linguaggio che al pathos del racconto.

