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LADYHAWKE

TRAMA

XII secolo: il ladro Philippe Gaston riesce ad evadere dalle prigioni de L’Aquila e viene salvato dalle guardie del corrotto vescovo da Navarre e da una donna misteriosa con lupo.

RECENSIONI

Ladyhawke compie quarant'anni insieme e in molti casi inestricabilmente unito al nostro essere stati bambini/giovani. Inevitabile - e cosa buona e giusta - riguardarlo con un certo affetto, una certa parzialità riservata a ciò che ci ha formato e trasportato in un mondo parallelo e ulteriore come accadeva solo allora, in quel paese straniero dove tutto accade in maniera diversa. Torniamo ai film dell'infanzia anche per tornare a un grembo, all'amniotico di una fruizione vergine, immersiva, integrale. Non si deve però pensare che la malia riattivata dipenda da un banale, pavloviano effetto nostalgia. E non soltanto perché siamo contro la nostalgia come sentimento inutile, sterile, egoriferito e reazionario; soprattutto perché Ladyhawke è uno splendido quarantenne, è invecchiato magnificamente facilitato dal posizionamento programmatico nel territorio dell'archetipico, ossia delle cose senza scadenza, grazie al tema dell'amore impossibile rinforzato dalla trovata struggente dell'attimo fuggente quando gli amanti possono sperare di sfiorarsi a malapena. E anche perché ora sappiamo riconoscere, decifrare, razionalizzare i motivi di una malia passandoli dal subliminale all'analitico. Il film è sempre quello, la visione si è fatta più adulta - e va bene così perché il godimento non ne risente affatto.

Prendiamo a esempio:

 - LO SPAZIO
Posizionando su una mappa le location scelte per il film disegniamo l'itinerario di un vero e proprio grand tour italiano che va dall'Abruzzo alle Dolomiti passando per una mezza dozzina di borghi medievali. Dà l'impressione di un piglio turistico, quasi una deriva per attrazioni che risponde alla fascinazione piuttosto che alla pianificazione razionale di costi e benefici. La dimensione fantasy immersiva che scaturisce dalla sublimazione degli opprimenti limiti della realtà cartesiana deve molto a quel magnifico straniamento che allora era subliminale e ora è spiegato dalla sospensione del principio di contiguità e consequenzialità. Qualcosa sussurra che le creste dolomitiche non possono essere a poche ore di cammino da una foresta appenninica; la città dell'Aquila (a maggior fantasy - e per motivi sciovinistici - l'immaginaria Aguillon nella versione italiana) è un frankenstein composto assemblando Tuscania (gli interni della cattedrale), Castell'Arquato (gli esterni dentro il borgo), Soncino (gli esterni delle mura e del fossato), Langhirano (i totali a distanza): i piani del paese, forma e dimensioni degli edifici, il paesaggio non collimano e non pare preoccupare nessuno. È la libertà poetica che sostituisce la continuity, è magico, un moltiplicatore di meraviglia, fa di Aguillon/Aquila una cangiante città invisibile.

- HIGHBROW E LOWBROW
Il disinteresse per il prodotto inattaccabile secondo la logica dei revisori di conti (quanto ci manca in un'epoca in cui il fantastico d'autore dei grandi studios sa essere impeccabile come l'alta moda ma implacabilmente algido e sterile, senza nulla cui aggrapparsi - vedere ad esempio la serie dei Dune di Villeneuve - oppure, ancor peggio, puro algoritmo come gli Star Wars Disney) si sposa a una passione nel rendere credibile, respirabile lo spirito del medioevo che passa anche attraverso la cura filologica dei dettagli, dagli splendidi costumi quasi pasoliniani del vescovo e della sua corte disegnati da Nanà Cecchi o dal recupero del trotto, una danza trecentesca italiana, per il ballo di Matthew Broderick e Michelle Pfeiffer nella stalla e di un brano rinascimentale di John Dowland. In compenso i viraggi in rosa e arancio di cieli e tramonti kitsch sparatissimi tamarri firmati niente meno che da Vittorio Storaro o le tastiere e i synth di Alan Parsons innestati sul sound design degli stridii di Ladyhawke gridano unapologetically anni ottanta. Richard Donner si tiene ben lontano dal middlebrow del fantasy d'autore e tiene tutto insieme, il trotto e le tastiere, guardando al Paul Verhoeven in costume di capolavori coevi quali Flesh + Blood, come pare suggerire il casting di Rutger Hauer, virandolo al pop. A proposito di casting, ognuno dei personaggi principali è depositato nell'immaginario collettivo saldato all'attore che lo interpreta e pare impossibile immaginarne varianti tuttavia va segnalato che, per il ruolo del vescovo malvagio, Donner voleva Mick Jagger. Ken Hutchison è perfetto a plasmare un altro inquisitore Frollo assolutamente detestabile ma si può fantasticare che follia sarebbe stata sbrigliando l'istrionismo jaggeriano: avrebbe spostato il baricentro, sarebbe stato per Ladyhawke ciò che è Bowie per il coevo e per certi versi complementare Labyrinth? Inoltre pare volesse anche Dustin Hoffman nel ruolo di Broderick oltre Sean Connery a dare vibe nome della rosa al capitano Navarre: sarebbe stato verosimilmente un grande film ma sarebbe stato tutt'altro.

- LA CORNICE
Tra le sostituzioni probabilmente la più trasformativa sarebbe stata proprio quella di Broderick e del suo identitario boyish look con taglio di capelli che, proprio come la colonna sonora, fa da stargate spaziotemporale tra il paggio e il fuckboy. Se ci chiedessero chi sono i protagonisti di Ladyhawke risponderemmo, senza pensarci, con i due amanti maledetti. Invece il vero protagonista, quello sempre in scena attraverso i cui occhi non soltanto seguiamo la storia ma la interpretiamo, è il ladruncolo Philippe Gaston detto "il topo" magistralmente interpretato da un Matthew Broderick che si stava preparando al ruolo della vita - Ferris Bueller, ça va sans dire. Nel quadro del racconto di formazione picaresco da cui è preso di peso - da topo a topos - il tenero furfante Gaston stende sulla storia un punto di vista dissacratore, ironico, prosaico che alleggerisce - ancora una volta verbo chiave - in senso antiepico e antieroico il romanticismo estremista della trama primaria. Abbiamo contemporaneamente il meglio di due mondi. La storia non è mai presa alla lettera: è perennemente commentata, parafrasata. Philippe Gaston è la cornice, la chiosa all'archetipo.

- LE SCELTE DI CUORE
Il romanticismo della storia si specchia nel romanticismo della scrittura, della messa in scena. Il distacco ironico, l'estro stilistico, la libertà di messinscena che abbiamo indicato in modo esemplificativo vanno di pari passo al calore umano infuso in ogni scena, in ogni personaggio (cattivi esclusi), in ogni dialogo. Ladyhawke come abbiamo visto non si prende mai troppo sul serio ma non è mai neppure un istante cinico. Il tratteggio del monaco ubriacone, la trovata delle dichiarazioni d'amore reciproche inventate di sana pianta da Gaston per fare da galeotto ai due amanti impacciati e impediti dalle mutazioni, il percepibile affetto transpecie di Hauer per i falchi e di Pfeiffer per i lupi impiegati sul set, il lieto fine compiutamente fiabesco e disneyiano e così via. È un film dai costanti tocchi attenti, empatici di sceneggiatura e regia, dice di un set aperto all'improvvisazione, all'esterno, all'inglobare eventi e ambienti: è una dimensione artigianale o preindustriale che rende paradossalmente Ladyhawke più autoriale del fantasy programmaticamente d'autore. E infinitamente più caldo, confortevole, vero. La nostalgia non c'entra.

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