Drammatico, Sala

LA VOCE DI HIND RAJAB

Titolo OriginaleṢawt al-Hind Rajab
NazioneTunisia, Francia, U.K., U.S.A.
Anno Produzione2025
Durata89'
Sceneggiatura

TRAMA

Il 29 gennaio 2024 gli operatori del centralino del braccio palestinese della Mezzaluna Rossa a Ramallah ricevono la telefonata di Liyan Hamada, una quindicenne di Gaza intrappolata in macchina assieme alla cuginetta Hind Rajab dopo che un carro armato israeliano ha sparato al veicolo, uccidendone i genitori e i tre fratelli…

RECENSIONI

Io vi parlo di solidarietà con gli studenti e gli operai e voi mi parlate di travelling e primi piani! Siete degli idioti!
Jean-Luc Godard al Festival di Cannes 1968

 PARLIAMO DI CINEMA

In piena campagna promozionale per Quattro figlie, ottimo docudrama sulla radicalizzazione islamica di due ragazze in una famiglia tutta femminile, la regista tunisina Kaouther Ben Hania si imbatte nella registrazione delle ultime conversazioni di Hind Rami Iyad Rajab, cinque anni, palestinese, con gli operatori della Mezzaluna Rossa mentre provano a salvarla dall'esercito di occupazione israeliano che ha già massacrato il resto della sua famiglia a Tel al-Hawa, Gaza. Hind Rajab è l'unica superstite in un'automobile piena di cadaveri, rimane per 70 minuti al telefono con i soccorritori prima che i soldati tornino e giustizino pure lei. Alla fine si conteranno 335 colpi sparati contro un'auto che trasportava civili, in larga parte bambini. Ben Hania rimane enormemente impressionata dai file audio - e in particolare dalla voce della bambina che prova in qualche modo a schermarsi dall'orrore estremo che sta vivendo - e decide che devono diventare un film e con la massima urgenza per agire prima che il genocidio israeliano arrivi a compimento. In linea con la ricerca sul linguaggio filmico che aveva portato a Quattro figlie sceglie una forma ibrida, intrecciata e vuole sia il più possibile dichiarata e esplicita: gli audio, la voce di Hind Rajab, sono originali; il resto è re-enactment. C'è un solo ambiente, pochi attori, la messinscena molto ricercata nel film precedente è qui povera, da fiction tv - programmaticamente, per non disturbare oppure è accantonata perché non conta e non c'è tempo? - la regia si manifesta solo con una onnipresenza quasi-dogma della camera a mano che amplifica il senso di presa diretta. L'orrore resta integralmente fuori campo e relegato all'audio, come nell'opposto e complementare La zona di interesse - un film che parla di Auschwitz e quindi parla anche di Gaza, per precisa dichiarazione del regista Jonathan Glazer. Secondo il citatissimo saggio di Hans Jonas è assurdo parlare di Dio dopo Auschwitz. Potremmo dire che dopo Gaza - il più grande crimine dall'Olocausto - non si può più parlare di cinema e La voce di Hind Rajab è probabilmente uno dei primi esempi di post cinema. Tutto è funzionale: il re-enactment non ha scopo o uso oltre a fornire il contesto e la spiegazione alla voce della bambina martire, che è evidentemente il cuore del film; inoltre il film stesso serve una causa, la causa più importante qui ed ora ossia l'agit prop per mobilitare contro il genocidio del popolo palestinese. La regista dimostra di credere ancora nel potere cinematografico di ricontestualizzazione, amplificazione e catalizzazione rispetto a vicende, immagini, audio che abbiamo già visto centinaia di volte scorrendo reel una volta gonfiate su grande schermo e isolate in una sala buia. A proposito di rapporto tra cinema documentario e materiale originale uno dei film più importanti dello scorso anno, Soundtrack to a Coup d'Etat, ha imbastito un saggio magistrale articolando un discorso tramite esclusiva collazione di fonti, citazioni, estratti, senza aggiungere nulla: ovviamente una forte dichiarazione euristico-politico-deontologica nell'epoca della post-verità. E non a caso si trattava anche lì di raccontare un evento emblematico di colonialismo, imperialismo, sterminio e saccheggio bianco. Ma appunto si tratta di un discorso. La voce di Hind Rajab viene prima del Logos, interpella la parte essenziale di umanità presente nello spettatore. Ed essendo, come detto, un film fatto di poco oltre alla voce originale e alla storia ricostruita abbiamo poco altro, il cui effetto deflagrante è potenziato dalla scarsità: le riprese autentiche di Gaza rasa al suolo e dei sudari che contengono Hind Rajab e la sua famiglia e soprattutto le foto della bambina che aprono un cono di luce sulla sua vita anteriore all'orrore e fanno immaginare una vita futura che non sarà mai. È fin troppo facile e elementare vedere in Hind Rajab l'innocenza e la dolcezza infantile, l'appello dell'impotenza che chiede di essere salvata e invece nei soldati che la uccidono una cieca, disumana pulsione alla morte, alla distruzione e alla soppressione. E però è vero. L'annientamento di civili inermi, l'accanimento gratuito dicono di uno sterminio allegro e incosciente di vite dichiarate inferiori che è eminentemente nazista. I dati, i numeri sono importantissimi e necessari quando si parla di Gaza come di tutti gli orrori insensati che l'uomo infligge all'uomo. È altrettanto fondamentale raccontare gli individui, lo spreco incommensurabile che è in ogni singola vita falciata. Per resistere all'annientamento e per registrare la nostra reazione come un sismografo. Di fronte alle fotografie e alla voce di Hind Rajab si può reagire disumanizzando e sfottendo con malcelato suprematismo bianco, come hanno fatto certi immondi fogli filosionisti in bancarotta morale da sempre, dove si è scritto tra l'altro «L’uso delle registrazioni originali con la voce della bambina che chiede aiuto è al centro di The Voice of Hind Rajab. E giù pianti, senza pensare che di lì a qualche anno le avrebbero imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli». Si può invece, con altra gravitas etica, porre questioni teoretiche come ha fatto Giulio Sangiorgio su FilmTv chiosando il suo articolo con un interrogativo illuminante e necessario: «e se gli stessi modi, su una vicenda simile, fossero stati usati da chi è dalla parte del torto?». Si può dare qualsiasi risposta e si deve porre ogni domanda a proposito di La voce di Hind Rajab, come per ogni cosa. La prospettiva di domande e risposte, il peso che riconosciamo all'evento che sta prima del cinema, dice tutto innanzitutto di noi stessi.

IL CINEMA NON CONTA NULLA

Come la postura verso il film, così la postura verso il genocidio, uno dei più immani orrori della storia umana - a differenza di tutti gli altri, visibile e visto 24/24 su ogni dispositivo dotato di connessione internet - dice tutto di ciò che siamo. Hind Rajab e la sua storia atroce e insensata, che letteralmente grida vendetta, è una antonomasia per il quadro completo. Un rapporto Unicef datato 28 maggio 2025 parlava di oltre 50.000 bambini uccisi o feriti dall'esercito occupante e di "orrori inimmaginabili". I dati ufficiali parlano, mentre scrivo, di 65.549 morti - quasi tutti civili perché quella israeliana è forse la prima guerra di un esercito esclusivamente contro civili - dall'inizio di un genocidio pianificato e dichiarato dai vertici dello stato ben prima dell'attentato del 7 ottobre 2024, come soluzione finale dopo la Nakba del 1948 e quasi otto decenni di colonialismo, apartheid, annessioni unilaterali, abusi, violenze, soprusi e ruberie. Secondo The Lancet, la più autorevole rivista medica al mondo, le vittime dirette e indirette sono molto più numerose e ci si aspetta raggiungano il mezzo milione - un palestinese su quattro - uccisi da bombe, carestia o da malattie che sarebbero curabili. L'aspettativa di vita nella striscia di Gaza è crollata, in meno di due anni di sterminio, da 70 a 40 anni. Un chilo di farina è arrivato a costare oltre 50 dollari al mercato nero, quando lo si trova. Non c'è cibo, lasciato a marcire oltre confine dal sadismo israeliano, né acqua e le tende dove gli sfollati cercano rifugio sono le stesse dove trovano la morte sfracellati o bruciati vivi da IDF. Da quasi due anni chi non è ancora morto è costretto, in condizioni sempre più inumane, a correre da una "zona umanitaria" sistematicamente bombardata all'altra, mentre l'esercito israeliano rade al suolo un edificio dopo l'altro così che, nelle parole del ministro di estrema destra sotto sanzioni internazionali Bezalel Smotrich che considera Gaza "un Eldorado immobiliare", "la demolizione, la prima fase del rinnovamento della città, l’abbiamo già fatta. Ora dobbiamo solo costruire”. Potrei continuare molto a lungo. Gaza è Srebrenica più Dresda più Auschwitz. A Gaza muoiono anche il diritto internazionale e l'ipocrisia dell'Occidente e dei suoi sempre più ridicoli "valori" cui, per fortuna e purtroppo, tutto il resto del mondo non crede più. La storia atroce e insensata di Hind Rajab è il destino dei palestinesi per il nudo fatto di essere palestinesi. Non conta solo il film, altrettanto esemplare è il gesto di Ben Haia: interrompere tutto per parlare di Gaza, per mettersi di traverso, perché non c'è nulla più importante e urgente. Qualsiasi cosa facciamo.

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