TRAMA
Nella Parigi occupata dai tedeschi, un ex-autista di piazza che lavora nel mercato nero deve trasportare un maiale di notte ma litiga con la moglie e ingaggia l’uomo che crede abbia un flirt con lei per tenerlo lontano.
RECENSIONI
Il finale sbagliato che rovina il film: più superficiale che soave, come spinto a forza e stridente rispetto alla vena anche tragica del racconto di Marcel Aymé, esperto in quadretti realistico-grotteschi. La sua novella, tradotta dai soliti Jean Aurenche e Pierre Bost, è emblematica, ingegnosa, meravigliosa. La conclusione che vediamo, invece, è scritta male e tirata via: un incontro fugace in stazione dove ci si saluta come se si avesse visto il proprio dentista, non un amico per cui s’è trepidato. Per quanto inopportuno, siffatto “lieto fine” è anche coerente con i toni prevalentemente da commedia di tutta l’opera, anche esagerati ma prevedibili da parte di un regista che è, prima di tutto, un fantasista cui il realismo va da sempre stretto: è anche intuibile cosa abbia attratto Claude Autant-Lara in questa storia, dato che rimarca la sua crociata contro l’ipocrisia (se ne fa portavoce il personaggio di Jean Gabin; la Coppa Volpi a Venezia, però, è andata a Bourvil). Chiusura a parte, il film è generoso di pagine peculiari e originali, dalla prima scena in cui un violinista di strada suona la marsigliese e un soldato gli fa (comunque) l’elemosina, all’idea di incentrare tutto sull’on-the-road con maiale, approfittandone per dare un’occhiata alla Parigi occupata e al suo funzionamento (il mercato nero dei generi di prima necessità, gli agenti provocatori in cerca di contrabbandieri di sapone e così via). Fu girato a colori e riversato/distribuito in bianco e nero.

