Commedia

LA ROSA PURPUREA DEL CAIRO

Titolo OriginaleThe Purple Rose of Cairo
NazioneU.S.A.
Anno Produzione1985
Genere
Durata82'

TRAMA

Afflitta da un matrimonio infelice e da gravi difficoltà economiche (siamo negli States della Grande Depressione), Cecilia trova conforto nella ripetuta visione di romantiche ed esotiche pellicole, fino al giorno in cui Tom Baxter, uno dei personaggi del film La rosa purpurea del Cairo, abbandona lo schermo per conoscere meglio la sua assidua spettatrice.

RECENSIONI

Cecilia, persa nella contemplazione del manifesto della Rosa, per poco non è colpita dalla caduta di un tassello dell’insegna che si sta montando sopra l’ingresso della sala: fin dalle prime inquadrature Allen sottolinea il tremendo potere del cinema, le cui apparentemente innocue lusinghe possono generare rivoluzionarie conseguenze. Se per il mago di Ombre e Nebbia tutti hanno bisogno delle illusioni, La Rosa analizza l’impossibile unione di vita e fantasia: il tempio della sala cinematografica offre appena il simulacro di una condivisione, il mondo reale e quello immaginario possono contemplarsi a vicenda soltanto a patto di non sfiorarsi mai, le ombre che li popolano sono severamente punite se, come Narciso, tentano di penetrare nell’universo intravisto oltre lo specchio trasparente. All’amore di Tom per Cecilia si oppongono i poteri forti (dalla routine matrimoniale ai burocrati di Hollywood) e la natura stessa dei mondi cui appartengono i protagonisti: il sogno non capisce le imperfezioni della vita, la realtà si fa beffe della spettrale superiorità della creazione artistica, il caos ha il sopravvento finché il precario equilibrio non si spezza. E nonostante tutto, al dissolversi dell’illusione, lo spettacolo continua e sa rinnovare il proprio incanto, perché una soave e stereotipata bugia è comunque preferibile a una vita indubitabilmente tremenda: a differenza della Marion di Un'Altra Donna, Cecilia non sa e non intende abbandonare il ruolo di ascoltatrice nell’ombra, eternamente cullata da una voce di velluto che ripropone il ricordo di un’irragionevole felicità perduta.
Allen (che come in Interiors rinuncia alla recitazione e propone il suo inguaribile loser in vesti femminili) crea una tragicommedia tenera e dolente, sostenuta da una scrittura impeccabile (superbi i dialoghi fra personaggi del film nel film e spettatori, acutissima l’indagine dei metafisici abissi del sesso, del caso, della morte), una regia adeguatamente caustica e impagabilmente sfumata (le scene della Rosa, graffiante e melanconica parodia dell’entertainment anni Trenta), un cast semplicemente perfetto. Un gioiello (per citare il nome del cinema in cui si svolge la vicenda) che, con Hannah e le sue sorelle, è ai vertici del catalogo alleniano anni ‘80.

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