TRAMA
La piccola I-Jing, trasferita da poco a Taipei, trascorre le serate vagando per il mercato mentre la madre, Shu-Fen, è occupata nella problematica gestione di un banco di noodles e la sorella ventenne, I-Ann, lavora come betel nut beauty. Segnata dallo stigma del mancinismo, considerato dal nonno materno espressione della “mano del diavolo”, la bambina osserva e interpreta a suo modo il mondo degli adulti, fino a un finale in cui segreti familiari e responsabilità taciute verranno alla luce, frantumando l’apparente equilibrio della rispettabilità sociale.
RECENSIONI
Un caleidoscopio, stretto tra le mani di una bimba, apre e chiude il film: una danza di tessere colorate che frantuma e ricompone il reale, rispecchiando una vitalità urbana diffusa e convulsa. È il corrispettivo dello sfavillio delle luci del mercato notturno di Taipei, un correre affannoso, qua e là, per aumentare il volume degli affari o per sopravvivere. Da una parte la rigidità degli schemi, dall’altra la poetica Danza della realtà che si manifesta come ininterrotta e gioiosa danza dell’impermanenza, dove ogni frammento di vetro colorato trova, anche solo per un istante, una sua collocazione armonica. Dall’interno dell’ocularizzazione di una bambina ancora abituata a vivere nell’incanto e a diffonderlo generosamente e inconsapevolmente intorno a sé, lo spettatore è introdotto in un mondo dei piani alti (simboleggiato dall’ascensore usato per raggiungere l’abitazione dei nonni), il mondo dell’età adulta, che svelerà via via intrecci di perbenismo e cinismo, di segreti familiari, abbandoni e rancori, e che continuerà a relegare l’infanzia alla condizione di chi non può avere la parola. I-Jing abita questo spazio facendosi spugna emotiva di un contesto che la vorrebbe ridotta a mera presenza decorativa. La rappresentazione dell’infanzia di I-Jing è intrisa di memorie della stagione neorealista, che raffigurava l’infanzia come testimone morale e parte più fragile di un’umanità resa fragile perché schiacciata dai colpi della storia. I-Jing è seguita dall’obiettivo mentre vaga per la città, come il piccolo Edmund tra le macerie di Berlino in Germania anno zero, ed è spettatrice di conflitti e soprusi tra adulti come Bruno, il figlio dell’attacchino Antonio in Ladri di biciclette. E la sua disarmata apertura alle possibili meraviglie del mondo ispira la stessa struggente tenerezza di un’altra figura del cinema asiatico vicina alla lezione neorealista, la Setsuko de Una tomba per le lucciole (figura che, per il risvolto tragico e la negazione del futuro, può essere a sua volta accostata alla voce spezzata della palestinese Hind Rajab). Ultimo frutto del lungo sodalizio con Sean Baker, che questa volta ha co-firmato la sceneggiatura e si è occupato della produzione e del montaggio, il film di Shih-Ching Tsou sembra riprendere il filo disperso di Un sogno chiamato Florida, pur portandolo in un’altra dimensione geografica e culturale. Non è solo una questione di mezzi, di necessità produttive: l’iPhone è elevato a scelta estetica di prossimità, per un bisogno di leggerezza dei movimenti di macchina. La cinepresa si abbassa, rinuncia al distacco del grandangolo per farsi "occhio-corpo", posizionandosi rigorosamente all'altezza della bambina per rendere lo spettatore partecipe del suo sentire tattile, prima ancora che visivo. Se il recente 28 anni dopo ha dimostrato che lo smartphone può anche essere associato a una produzione con budget hollywoodiano ed estetica high-budget, Tsou lo usa per recuperare una verità documentaria, una mimesi della strada che ricorda l’immediatezza di Take Out e gli esordi del tandem creativo con Baker. In questa galleria di figure dell’infanzia non può mancare un richiamo all’Antoine Doinel in fuga solitaria de I 400 colpi di Truffaut, nell’augurio (alimentato da qualche laconica apertura da parte della regista) che la piccola possa tornare e crescere nel tempo, pellicola dopo pellicola. I-Jing porta nel suo stesso nome il dono di saper essere “quieta osservatrice” e portatrice di armonia. Un’attitudine che, nell’omofonia con il celebre Libro dei Mutamenti (I-ching), sembra suggerire la capacità della piccola di trovare un centro imperturbabile dentro il divenire del destino, facendo della flessibilità la sua vera potenza. Incarna così la figura arcana della forza che non combatte la ferocia frontalmente, a colpi di clava, ma che sa convertirla trasformandola in tenerezza. Lo fa anche con l'ausilio di quella “mano del diavolo” (il suo mancinismo stigmatizzato) che in alcuni momenti sembra diventare, un po’ sorrentinianamente, “mano di Dio”, intervento salvifico della Provvidenza che agisce attraverso la deviazione dalla norma. Sembra infine di sentir riecheggiare quelle che sono considerate le ultime parole di Maria Montessori, come una sintesi della sua visione di rinnovamento e risanamento del reale: un invito ai bambini «che tutto possono» a unirsi agli adulti di buona volontà (come il buon venditore Johnny, come il burbero benefico Bobby di The Florida Project) per rendere reale un sogno di concordia. La mia famiglia a Taipei è una fiaba laica, incantevole ma non zuccherosa, priva di facili happy end ma ostinatamente aperta alla speranza, che mette al centro una grazia infantile capace di sciogliere i toni del cupo melodramma familiare, ed è un piccolo dono natalizio per gli spettatori in sala, una scelta ulteriore rispetto alla grandiosità dei mondi virtuali di Cameron e allo strapotere logistico del neo-cinepanettone zaloniano.

