TRAMA
La storia vera di un fotografo di successo che rinuncia a tutto per dedicarsi alla scrittura, e scopre la povertà.
RECENSIONI
Donzelli narra la parabola (vera) di Paul un fotografo affermato che decide di azzerare la propria esistenza (status, stabilità economica e legittimazione sociale) per assecondare la sua totalizzante vocazione alla letteratura, un gesto radicale che si scontra con il muro di gomma dell’indifferenza editoriale e con il baratro della povertà. Traendolo dal romanzo autobiografico di Franck Courtès, la regista con questo film arricchisce una filmografia eclettica che alterna bizzarrie poetiche a progetti più canonici, virando verso un rigore formale inedito, un registro più asciutto ed essenziale che flirta con il cinéma vérité senza però smarrire quella freschezza espressiva che da sempre è la sua cifra.
Il cuore teorico del film risiede nella destrutturazione del concetto di produttività e nella sfida di raccontare il tempo e il rapporto che l’individuo ha con esso in un sistema ultra-capitalista che riconosce valore solo a ciò che produce un profitto immediato («Oggi siamo nel rendimento puro, dove il contatto umano è sparito. Il rapporto classico datore di lavoro-dipendente è evaporato per fare spazio a piattaforme che sfruttano le persone più vulnerabili, facendole illudere di possedere la libertà di gestire i propri orari» così Donzelli nell’intervista che le ho fatto per Film TV). Paul lavora sempre, anche quando sembra immobile, poiché il suo sguardo fagocita la realtà circostante, la immagazzina e la trasforma in materia creativa, tanto da finire per scrivere un romanzo sulla vita di stenti che conduce proprio per finanziare la propria scrittura. Così il voice off del protagonista (l’ottimo Bastien Bouillon) non illustra pedissequamente le immagini, né giustifica le azioni del personaggio, ma, registrando l’inquietudine segreta di chi scrive, diventa un dispositivo espressivo pienamente coerente con la tensione silenziosa che attraversa il racconto.

