TRAMA
Giunto ormai al termine del suo incarico, l’anziano Capo dello Stato Mariano De Santis vive un profondo tormento mentre il suo ultimo atto politico si trasforma in un dilemma.
RECENSIONI
Dopo Parthenope, forse il suo film più immaginifico e astratto, il migliore perché così libero, Sorrentino torna a sondare una figura di potere nel confronto con una realtà italiana trasfigurata, che coincide e non coincide con quella storica, secondo una modalità più vicina alle due serie sui Papi - figure inventate - che non ai suoi lavori su Andreotti e Berlusconi.
Rispetto al precedente, La grazia è un film più scritto, che poggia su una trama che si dipana in modo quasi tradizionale, con la questione politica e pubblica da una parte – dilemmi etici, quelli dell'eutanasia e delle due grazie da concedere – e il motivo personale dall'altra (la decodifica del mistero relativo al tradimento della moglie). Insomma il protagonista - che tra tratti somatici e indizi personali rivelatori è una sintesi "mostruosa" di vari Presidenti della Repubblica italiani, da Cossiga a Scalfaro fino a Mattarella - è un’istituzione che, alla vigilia del suo tornare carne, si scopre gravata dal peso della Storia e delle proprie intime vicende.
Il film ha le forme, dunque, di un dramma strutturato e quasi lineare, benché immerso nella maniera a cui il regista ci ha abituato, procedendo per sipari, momenti emblematici, personaggi simbolici-archetipici, battute enfatiche/ quasi annunciate/ subito memorabili («Di chi sono i nostri giorni?»). Un film, insomma, che, come il suo titolo – ché la grazia è anche la (grande?) bellezza del dubbio - si muove su diversi piani. Perché Sorrentino, e questo è il suo bello, continua a costruire immagini semplici e immediate, a un primo sguardo, che si caricano di ambiguità e significati più complessi in seconda battuta. Si prenda l’inizio, con il fumo colorato delle Frecce che diventa un tricolore che si sfalda, possibile metafora di un’identità nazionale in dissoluzione. Oppure la scena dell’arrivo sotto la pioggia del presidente portoghese, che attraversa il tappeto rosso in un rallenty enfatizzato, con Mariano immobile, immagine plastica di un uomo crocifisso al proprio ruolo pubblico. O al momento della lacrima dell'astronauta con la quale Sorrentino sembra esprimere, attraverso un'emozione inspiegabile e sospesa, la bellezza dell'enigma umano e l’irriducibile desiderio di comprenderlo. Questa capacità di sintetizzare da un lato il senso immediato delle cose, dall’altro il loro significato più recondito o implicito rimane intatta, come l’uso sempre magistrale dello score (in questo Sorrentino è tra i migliori) e la felice propensione per certi cortocircuiti bizzarri (Guè sta a La Grazia come Marilyn Manson sta a The New Pope, muovendosi il regista sulla sottile linea che separa l'istituzione dalla cultura pop contemporanea).
Certo, quando si torna a una scrittura così presente e puntuale, s’inciampa anche in certe vecchie abitudini: la lunga telefonata del protagonista, mentre si muove in casa tra gli abiti e gli oggetti della moglie, sembra una concessione al pubblico, una forzata decodifica del personaggio, sostanzialmente superflua. Peccatucci, sia chiaro, ché il film è come al solito visivamente ricercato, insolitamente sobrio e controllato - che non è necessariamente un bene - e retto sulle spalle di un Toni Servillo gigantesco, rimanendomi peraltro il dubbio dell’esercizio di stile, della prova un po’ automatica che non aggiunge molto alla filmografia del regista.

