TRAMA
Insegnante in un coro e ambientalista, sabota più volte la corrente elettrica diretta ad un’industria siderurgica. Nel frattempo, ha ottenuto l’adozione di una bimba ucraina ma tutto il paese la cerca.
RECENSIONI

Non è una terrorista, Halla. È una maestra di canto, 49 anni, con i poster di Gandhi e Mandela, nutrita di un anticapitalismo pop che non sa spiegare: la sua rivendicazione è un volantino balbettante, un luogo comune. Non è una criminale: l’azione di sabotaggio si fa spesso maldestra, qualcosa si inceppa, una goccia di Dna la incastra. Eppure la donna va alla guerra (titolo originale: Woman at War) mascherata da supereroe ambientalista contro il contemporaneo, ed è vicina la riscrittura del marvel movie fra travestimenti, cambi d’abito, stratagemmi che la qualificano perfino come Robin Hood, traccia evidente nella sequenza in cui scaglia una freccia contro il drone e l’analogico batte il digitale. Non è un caso che Benedikt Erlingsson insceni la figura di una donna adulta, non una giovane ribelle, ed ecco una chiave del film: Halla non ha passato esplicito, è una single che aspetta un’adozione, equilibrata e stimata, lontana dall’enunciazione di una posizione politica radicale. Semplicemente: esegue un sabotaggio. Il suo è un atto paradossale contro l’avanzare delle aziende, talmente fuori tempo e luogo che scontenta tutti, dal primo ministro al tassista. Il sistema non lo prevede e quindi non lo capisce. Perché lo fa? «Sono criminali» dice chiaro e tondo, ma non va oltre, perché il motivo sta già nell’affondare il volto nella terra, quel suolo islandese a cui affida sé e i suoi desideri (come una fotografia), che appaga un bisogno materico e tattile e dunque l’industria non può cancellare. Erlingsson addensa in un unico personaggio la narrazione corale del precedente Storie di cavalli e di uomini, ma continua lo stesso discorso: se lì gli equini venivano prima degli umani, nel titolo e nella politica del racconto (sì, politica), qui è ancora la natura a sopravanzare la comunità perché messa in minoranza ha deciso di reagire. Ma questa è anche l’unica posizione implicita nel racconto, che respinge ogni didascalia e avanza a passo surreale, in odore di Roy Andersson, come nel dispositivo - geniale - della colonna sonora vivente che prima sembra “extradiegetica” e poi inizia a interagire apertamente con la protagonista e la storia (dice il regista: «I greci credevano che le persone creative fossero accompagnate da un daimon che ispirava delle buone idee e dava loro potere e coraggio: questo è il compito dei musicisti»). Si forma allora l’acuto ritratto di una figura grottesca, controcorrente, resistente, una magnifica Halldóra Geirharðsdóttir già interprete di Beckett, a proposito di assurdo: essa fa una guerra impari come il Laurent di Brizé, rifiuta la tecnologia come il Daniel Blake di Loach, per questo nella scena più eversiva beffa i droni volanti e si nasconde nel ventre di una pecora. La natura, difesa, la ricambia. Al contrario l’organizzazione degli uomini è sempre più insensata e aberrante, lo sa bene Erlingsson che era attore ne Il grande capo di Von Trier, sa che la riduzione in ufficio è irrazionale quanto la consunzione della terra. E, come in Kaurismaki, il grottesco è il registro che annulla le distanze e mette allo specchio le fazioni: se è lecito costruire fabbriche che divorano l’ambiente, allora perché non lo è tagliare i fili? Tuttavia la donna elettrica sembra destinata alla sconfitta, incompresa e sola, tanto che riparte dall’unica alleata possibile: se stessa. Una sorella gemella. Halla si sdoppia in Asa e produce uno scambio gemellare da thriller hollywoodiano. Da qui gli appoggi si moltiplicano. Ecologia radicale? Non proprio. Woman at War è piuttosto film che propone un’ideologia per metterla in dubbio, lasciando credere che l’utopia della protagonista sia l’ennesimo percorso di un loser, troppo fuori da tutto per farcela, salvo poi mostrare che Halla aveva ragione, proprio nell’ultima immagine, un’inondazione simbolica: in tal senso è un vero film antagonista.

Perché farne una commedia? Perché, allora, farne un dramma? A Benedikt Erlingsson non riesce il connubio ed è un peccato perché, singolarmente presi, i due registri funzionano. Funziona l’idea grottesca dei musicisti in campo, coro greco che interagisce anche in modo diegetico: gli attori li guardano e non li guardano, sono loro ad accendere la televisione, smettono di suonare se accade qualcosa di eclatante, come il coro ucraino quando sfuma l’adozione, e il loro continuo interloquire con ciò che accade li porta anche sui tetti con il volantinatore. Al contempo non funziona e stona, in quanto traccia surreale svigorente e fuori luogo nel dramma ecologista e di denuncia, che si chiude emblematicamente con essere umani che guadano l’acqua e con la protagonista che prova ad aggiustare il mondo, in altro modo, anche in Ucraina. Solo nell’ottica di una commedia pura, poi, funzionerebbe l’idea delle gemelle e dello scambio di persona: in un film drammatico, di fuga, di delitto perfetto con indizi che incastrano (il sangue) ha l’effetto di una scena plateale. Funziona il lato Rambo, con la bravissima Halldóra Geirharðsdóttir (in due ruoli, ma la sorella insegnante di yoga è una macchietta di poco conto) sagace nello sfuggire alle autorità, determinata nel colpire nel segno un mondo che si sta suicidando, tutto nel nome di Gandhi e Mandela (di quest’ultimo porta la maschera quando abbatte il drone). Funziona a livello umano, con il presunto cugino di campagna che la aiuta (dramma); funziona la macchietta dello spagnolo in gita, continuamente arrestato dalle autorità per vari equivoci (figura presente anche nel film precedente della regista, Storie di Cavalli e di Uomini). Funziona e non funziona il film che, fra l’altro, ambisce con tutti i personaggi e le situazioni a raccontarsi dal punto di vista “new age” della sorella della protagonista che, dopo ogni azione, si stende a terra e abbraccia quest’ultima, previe pratiche psicofisiche di meditazione. Involontariamente, l’ilarità irrorata fa saltare con il plastico simbolismi e temi alti (dichiarati dalla regista), come il femminile legato alla Terra che salverà il mondo e la rappresentazione dei membri del coro ucraino quali spiriti degli antenati della piccola. Il titolo originale è “donna in guerra” (quasi meglio quello italiano).

