TRAMA
Anna Semionovna è un medico ebreo russo che vive in una piccola città dell’Ucraina appena conquistata dai nazisti. Scrive un’ultima lettera al figlio che si trova al riparo dalla prima linea al fronte. Anna Semionovna sa che, nel giro di pochi giorni, sarà uccisa dai tedeschi insieme agli altri ebrei. La lettera riassume gli episodi più salienti della sua vita.
RECENSIONI
Monologo sull'Olocausto
L'ultima lettera al figlio di una madre ebrea pochi giorni prima di morire. Un lungo monologo interpretato con straordinaria sensibilità dalla carismatica Cathrine Samie. Il famoso documentarista americano Frederick Wiseman rende cinematografico un testo di Vassilij Grossman (sceneggiato dallo stesso regista) attraverso un contrastato bianco e nero, valorizzato da giochi d'ombra suggestivi e dinamici. Il testo parte dall'invasione dei tedeschi nel villaggio ucraino dove vive la protagonista, affronta le difficoltà dei rapporti con il vicinato non ebreo e si sofferma a lungo sulla vita all'interno del ghetto, sulla fiducia che nonostante la certezza della morte continua a permettere ai giorni di succedersi nella speranza. Più efficace nella prima parte, si fa apprezzare per il rigore della messa in scena ma soffre di una certa letterarietà (forse voluta) che soffoca la partecipazione emotiva limitando il coinvolgimento. Si ha più la sensazione di partecipare ad un saggio sull'Olocausto che ad un'ultima lettera inviata da una madre a un figlio.

Fredrik Wiseman (si vedano le recensioni dei suoi lavori di Torino 2001 e Venezia 2001) dal 1967 si dedica al documentario, del suo primo "Titicut Follies" -su un manicomio criminale- viene per moltissimo tempo vietata la distribuzione, gli ultimi impegni sono "Public Housing", "Belfast, Maine" e "Domestic Violence" I e II. al festival del cinema di Cannes 2002 viene presentato il suo primo film di fiction, "The Last Letter/La Derniere Lettre". Inutile dire che le aspettative erano grandissime: fin dai primi istanti di un lavoro documentaristico di Wiseman si coglie la peculiarità morale dello sguardo, la capacotà d'essere invisibile ma presente, curioso e paziente con la realtà, assorbendola lentamente.
In uno spazio grigio compare un'ombra, stagliata su una parete, è l'attrice Catherine Samie con lungo vestito nero ed una stella di David cucita sul petto, interpreta la protagonista, Anna Semionovna, recita la lettera scritta al figlio. Un saluto definitivo prima d'essere giustiziata, senza altro motivo che d'esser ebrea, rinchiusa nel ghetto in compagnia di altri con i quali scambia aiuti e dialoghi che riporta, fedele, perché arrivare ai saluti in questa missiva è dar ragione al futuro.
Un'ora in cui le ombre si moltiplicano, si muovono leggermente fuori sincronia alle spalle della donna che recita teatrale, piange con distacco, si muove quasi rallentando una danza.
Purtroppo tutto molto più interessante sulla carta: una messa in scena rigorosa e priva di scarti, la recitazione morbida e fredda, un testo piatto cadono nell'indifferenza quando non nella noia. Doloroso dire che oltre alle ottime intenzioni ed una tecnica brillante non c'è molto altro da constatare, deludente la totale mancanza di problematizzazione ed inventiva.
