TRAMA
Quattro squattrinati rapinano la cassa dello Stadio. La Polizia è in agguato, loro sono nel panico.
RECENSIONI
Il premio come miglior film al Festival di Cannes ha sopravvalutato l’opera sottovalutando (per i detrattori) un regista che, per altre prove, meritava più attenzione critica, se non altro per l’alto artigianato di genere, in cui imprimeva una netta impronta personale e, soprattutto e quando il modello era il cinema americano, un’inequivocabile “italianità”: in questo noir criminale non sono hollywoodiane le pause liriche, il bellissimo gioco di sguardi fra moglie e marito sul tram, la sottolineatura del retaggio disgraziato dei quattro malviventi, spinti dal bisogno in una vena zavattiniana (ma, alla sceneggiatura, ci sono Fellini, Pinelli e, come soggettista, Comencini). Pietro Germi non ama la borghesia (al ristorante…) ma non ne fa una questione di lotta di classe, tantomeno identifica la Città con la popolazione, bensì con le forze della Legge, dello Stato (la voce fuori campo documentaristica ricorda i realismi urbani di Henry Hathaway). Peccato per la schematicità del racconto, fra "il delitto non paga" e il Delitto e Castigo dostevskijano (scrittore-faro per Germi), con personaggi troppo emblematici, archetipi per l’apologo morale, caratterizzati: la mente, il nervoso, il pavido e il tormentato dai sensi di colpa. Dietro di loro, altre figure simboliche per chiudere il messaggio edificante: i genitori addolorati, la moglie e sua figlia (magistrale la loro direzione). Ci sono tensione, sincero trasporto, genuini ritratti (memorabile la truce famiglia di traghettatori) ma, a parte la prevedibilità da educazione civica e la mano calcata sul melodramma, è forzato anche il senso d'ineluttabilità della fine ed è inverosimile e irritante l’ingenuità indossata da questi ladri. Se si prende, cioè, a modello la perfezione di un’opera simile, Ladri di Biciclette, manca quella complessità descrittiva di fondo che renda il racconto al contempo più umanistico e meno macchinoso.
